D/A/C 20: Alghero - Fondazione META

23 giugno 2017_Francesca Arras, Stefano Cucca, Domenico D’Orsogna, Massimo Faiferri, Elda Felluga, Fabrice Hyber, Carlo Mannoni, Antonio Solinas, Donatella Spaziani, Dora Stiefelmeier

Il 23 giugno alle ore 18.00 ad Alghero, presso la Fondazione META , si apre il ventesimo incontro D/A/C in cui artisti, ricercatori e imprenditori si confronteranno sul rapporto fra arte, scienza, formazione e innovazione sociale e, più in generale, sul tema dello sviluppo territoriale su base culturale.

Partecipano:
Francesca Arras (Tamalacà); Stefano Cucca (Rumundu Social Innovation School); Domenico D’Orsogna (Università di Sassari / Decamaster); Massimo Faiferri (Università di Sassari / Dadu); Elda Felluga (Livio Felluga /Vigne Museum) con accompagnamento di un estratto del video documentario realizzato da Luigi Vitale; Fabrice Hyber (artista); Carlo Mannoni (Fondazione di Sardegna); Antonio Solinas (Abinsula); Donatella Spaziani (artista); Dora Stiefelmeier (RAM radioartemobile / Fondazione No Man’s Land)

Modera: Giovanna Felluga (D/A/C, AtemporaryStudio)

L’incontro di Alghero é organizzato in collaborazione con “Nuove Alleanze” – un programma di incontri interdisciplinari del Decamaster /Master in Diritto ed Economia per la Cultura e l’Arte dell’Università di Sassari – nell’ambito del progetto SENTIERI CONTEMPORANEI, palinsesto itinerante di dialogo ed interazione tra arte, scienza e formazione promosso da Fondazione di Sardegna, Decamaster/Uniss e Zerynthia Associazione per l’Arte Contemporanea, in collaborazione con la Fondazione META di Alghero, Associazione Time in Jazz e Rumundu Social Innovation School.

La tavola rotonda avviene in concomitanza con il finissage della mostra In-Giro, Ruote, cerchi e biciclette d’arte e di No Man’s City / La Città di Tutti, l’installazione site specific di Yona Friedman con Jean-Baptiste Decavèle, ospitata nel cuore del centro storico della città dal 3 maggio al 30 giugno 2017.
Il “viaggio” di No Man’s City / La Città di Tutti proseguirà nel mese di agosto a Berchidda, con la partecipazione al Festival Time in Jazz e, da settembre in poi, nella sede storica dell’Università di Sassari.

D/A/C 19: Venezia - Università IUAV

17 marzo 2017_Renato Bocchi, Luca Bonato, Francesco Fabris, Giovanna Felluga, Alberto Garutti, Goldshmied & Chiari, Simone Morabito, Maurizio Mussati, Antonio Parolisi, Daniele Puppi, Giordano Riello, Dora Stiefelmeier

Venerdì 17 marzo 2017 alle ore 16 all’Università IUAV di Venezia (aula A2 dell’ex-Cotonificio) si terrà il XIX° incontro D/A/C (Denominazione Artistica Condivisa).

Esperienze passate, curiosità, case history e domande direttamente rivolte all’artista e all’imprenditore si alterneranno per dare voce ai seguenti ospiti:
Renato Bocchi, professore ordinario di Composizione architettonica e urbana allo IUAV di Venezia che ha collaborato attivamente con i suoi studenti alla costruzione de La Montagne de Venise; Luca Bonato, titolare e anima creativa della ditta Fusina Srl di Bassano del Grappa (TV), leader nella lavorazione del plexiglass per visual, product e interior design; Alberto Garutti, artista; Goldshmied & Chiari, artista; Maurizio Mussati, fondatore e titolare di WonderGlass, azienda che coniuga la ricerca progettuale di nomi del design internazionale alla preziosità del vetro soffiato veneziano; Antonio Parolisi, titolare di EuroprogressGroup Srl, sponsor de La Montagne de Venise che già ha collaborato in passato alla realizzazione dell’opera di Friedman-Decavèle in Italia; Daniele Puppi, artista; Giordano Riello, presidente di Nplus Srl, azienda attiva nel settore elettronico e meccatronico, oltre che Presidente Giovani di Confindustria Veneto; Dora Stiefelmeier, fondatrice con Mario Pieroni di RAM radioartemobile di cui è presidente. Ambedue fanno parte della Fondazione No Man’s Land, presieduta a titolo onorario da Yona Friedman.
A caratterizzare inoltre il XIX° D/A/C meeting sarà la presenza di Art Lawyers, partner tecnici di D/A/C/, che, nelle persone dell’avv. Francesco Fabris e dell’avv. Simone Morabito, esperti di diritto dell’arte, sarà a disposizione degli ospiti e del pubblico per rispondere a dubbi e domande in seno alla regolamentazione del rapporto artista -impresa in fase di sviluppo di un progetto congiunto.
L’incontro sarà moderato da Giovanna Felluga di AtemporaryStudio.
La XIXa tappa del percorso di ricerca di D/A/C si inserisce in un programma più ampio, organizzato per festeggiare il saluto alla città di Venezia del progetto itinerante di Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle,
La Montagne de Venise, iniziato a settembre 2016, ospitato per 4 mesi dallo IUAV di Venezia. Il progetto è curato da Chiara Bertola e Giuliano Sergio, realizzato grazie al supporto di Zerynthia Associazione Per l’Arte Contemporanea ODV e a diverse istituzioni culturali veneziane, capofila la Fondazione Querini Stampalia e l’Università IUAV di Venezia, attraverso il progetto “Dell’Immateriale” curato congiuntamente da Chiara Bertola e Renato Bocchi.
La Montagne lascia Venezia per raggiungere la Sardegna dove muterà forma aderendo al progetto “Sentieri Contemporanei” per contribuire alla riflessione sul rapporto tra territorio e comunità.
NOW (New Operation Wave) coordinerà e documenterà tutte le attività della giornata, a partire dalla mattina dedicata ad una serie di interventi artistici sui moduli de La Montagne de Venise prima di proseguire il suo viaggio in Sardegna. Si tratta di una rete operativa internazionale composta da artisti, curatori, ricercatori, mediatori, architetti, supportata da Zerynthia Associazione per l’Arte Contemporanea ODV e diffusa attraverso il programma NOW Radio sulla piattaforma di RAM LIVE la web radio di RAM radioartemobile.
Tutte le attività elencate in programma il 17 marzo godono del supporto della Fondazione No Man’s Land.

Università Iuav di Venezia – ex Cotonificio Santa Marta, Dorsoduro 2196 – 30123 Venezia

Evento Facebook: XIX° D/A/C meeting.

D/A/C 18: Palazzo Colonna di Paliano - INSIEME

15 ottobre 2016_Valentina Adiutori, Domenico Alfieri, Giuseppe Alveti, Marco Brandizzi,Carla Capodimonti, Miriam Diurni, Donatella Landi, Mario Pieroni, Francesca Pellicci, Danilo Sciorilli, Dora Stiefelmeier, Italo Zuffi

Estratto 18. incontro D/A/C

Insieme è una splendida iniziativa che è stata organizzata e patrocinata dall’Assessorato alla Cultura, un evento culturale di livello e Paliano ne ha bisogno perché vogliamo che la nostra città si caratterizzi anche e soprattutto per la cultura.
L’Associazione Zerynthia è tra i perni principali di questa organizzazione, gli studenti delle Belle Arti di Roma, Frosinone, Urbino e l’Aquila sono presenti qui e mostreranno le loro opere. È anche nostra intenzione che questo sia solo l’inizio di un percorso comune che continuerà nei prossimi anni.

La cosa più bella di questa esperienza è aver conosciuto i ragazzi e aver camminato passo passo con loro, è un guardare oltre, vedere la cultura anche attraverso un’esperienza che si fa sul territorio. Ho visto negli occhi dei ragazzi un’energia che poi ho ritrovato nelle loro proposte artistiche. C’è stata vivacità e interesse anche della città di Paliano, molte domande e questa è la risposta positiva all’arte e alla cultura in generale. Abbiamo voluto includere un altro percorso che vede protagonista il Carcere, con una installazione sonora per i detenuti e per i visitatori, una playlist appositamente selezionata per i carcerati. Sono percorsi integrati che vedono la cultura al centro.

Il mio ringraziamento è a Don Prospero Colonna che ci ospita generosamente, come era già avvenuto nel lontano 1994, quando questo fu il luogo per il conferimento per la cittadinanza onoraria al grande artista americano Sol Lewitt che era vissuto un periodo con noi a Paliano e aveva realizzato una grande opera alla Selva di Paliano. Passato e futuro si fondono insieme grazie alla partecipazione e collaborazione delle Accademie di Frosinone, de L’Aquila, di Roma e di Urbino. Il loro apporto è stato straordinario. Alcuni docenti, che sono anche artisti molto conosciuti, ci hanno indicato degli studenti per fare un intervento nei vari luoghi di questa città. Sono rimasto molto colpito della qualità dei loro lavori.

È importante creare una maggiore spiritualità nell’animo di ognuno perché poi tutto quello che facciamo e a cui ci appassioniamo fa parte della grammatica di emozioni che ognuno ha. Ognuno ha delle passioni, e l’arte è una di queste. Noi dobbiamo creare dei cittadini curiosi, dobbiamo modulare la sensibilità dei bambini e farli diventare appunto cittadini curiosi con tante aspirazioni. Ai nostri ragazzi è legato il futuro che ha un grande bisogno di crescita culturale. Per questo motivo le Accademie hanno un ruolo fondamentale, in quanto ospitano grandi potenzialità che devono essere incanalate.

Lavorare in un contesto come quello di Paliano vuol dire creare una relazione con il territorio e con le strutture che nel territorio lavorano. Mi piace questa situazione, nasce con il presupposto di non plasmare gli studenti proponendo loro una declinazione del lavoro del docente, ma piuttosto tende all’idea di forzarli a sovvertire la loro idea classica – specialmente agli inizi dell’accademia – di cosa è l’arte, di cosa sono gli artisti. Significa per me porsi come elemento sovvertitore in un contesto accademico.

L’arte trasforma il territorio, mediato attraverso un occhio creativo, in paesaggio. Leggendo un libro di Giacomo Casanova sul suo viaggio in Svizzera, è incredibile che quest’uomo non abbia mai detto una parola sulle nostre belle Alpi, sui laghi, sui fiumi. 25 anni dopo di lui è nato Johann Wolfgang Goethe. E’ stato lui a creare il paesaggio e in seguito tutto il romanticismo ha investito in esso. Conosci quel paese dove fioriscono i limoni? Così inizia una sua poesia, la più famosa della poesia tedesca, che ha fatto sognare generazioni e generazioni di tedeschi sull’Italia. Loro amano l’Italia anche attraverso questi limoni che fioriscono.

L’Accademia di Belle Arti dell’Aquila fa del rapporto con il territorio uno degli elementi fondamentali della formazione. Siamo in un momento in cui è necessario ricostruire un patrimonio culturale. EREMI ARTE, rassegna nata questa estate, parte dal presupposto per cui l’arte determina l’indeterminato e indetermina ciò che è determinato, costruito. È un’iniziativa che tende a coinvolgere il percorso che porta all’eremo. Sono percorsi lunghi che richiedono tempo. Il tempo porta alla riflessione e l’arte consiste in questo, è pensiero e percorso. In una società che Zygmunt Bauman ha definito liquida, c’è l’esigenza di trovare punti di riferimento, l’arte valorizza il territorio, delineando lo spazio e uscendone fuori.

È importante creare questo tipo di sinergie sul territorio. Da un dialogo tra tutti i settori si crea valore, per il mondo della cultura e per il mondo dell’impresa. Il nuovo mecenatismo oggi è visto con plauso e con sospetto, ma ha portato dei risultati. Questo è un territorio depauperato. L’imprenditore si deve convincere che investire nella cultura significa creare un valore per il territorio stesso così da rientrare in termini di recupero del mercato interno, un valore culturale per rendersi attrattivi all’esterno.

Come artista cerco di interpretare la mia pratica. Opero delle forme di sottrazione. Mi approprio di materiali che sono a disposizione nel mondo e li porto via con me. Attuo delle trasformazioni che sono reciproche, il materiale agisce su di me e io agisco su di esso plasmandolo. Quando penso che il processo sia compiuto lo riporto nel mondo. Come docente sono a favore di iniziative in cui gli studenti hanno la possibilità, ancora nel loro percorso di studi, di percorrere quello che è il centro del lavoro dell’artista. Una familiarità con l’idea che quello che si fa poi viene adoperato da altri. Abituarsi a scambiare, a mettere il proprio lavoro a disposizione dell’altro. Riferendoci a Goethe, una cosa esiste nel momento in cui la si guarda. Quello che possiamo fare noi docenti è abituare a queste forme di attenzione.

D/A/C 17: Como - Fondazione Antonio Ratti

30 settembre 2016_Stefano Arienti, Giacomo Castiglioni, Paolo De Santis, Jean-Baptiste Decavèle, Giovanna Felluga Aram Manoukian, Liliana Moro, Diego Perrone, Annie Ratti, Maurizio Riva, Rosanna Viganò

Venerdì 30 settembre 2016, ore 15-18

Fondazione Antonio Ratti
Villa Sucota
Via per Cernobbio 19, Como
DAC_FondazioneRATTI_4

La Fondazione Antonio Ratti ha ospitato la 17th tavola rotonda D/A/C, moderata da Lorenzo Benedetti.
L’incontro è stato un’occasione per far dialogare imprenditori, operanti in diversi settori, e artisti. L’idea di questo dialogo è di creare un confronto, un terreno aperto di intermediazione e mediazione tra arte e produzione per esplorare nuove dinamiche di relazione e fertilità creativa che possono trasformarsi in opportunità di innovazione; un dialogo che ha le potenzialità per rilanciare un’idea culturale o una visione imprenditoriale.
DAC_FondazioneRATTI_1 DAC_FondazioneRATTI_5 DAC_FondazioneRATTI_3Hanno preso parte all’incontro artisti che hanno in passato collaborato con la Fondazione Antonio Ratti e non tra cui: Stefano Arienti, Jean-Baptiste Decavèle, Liliana Moro, Diego Perrone e Annie Ratti; e imprenditori operanti nell’area comasca: Giacomo Castiglioni, Presidente e Amministratore Delegato della Castigioni S.p.A., Paolo De Santis, Amministratore Delegato di Meta Como e collezionista, Aram Manoukian, Presidente e Amministratore Delegato di Lechler S.p.A., Maurizio Riva, Presidente di Riva 1920, Rosanna Viganò, socia Seterie Argenti S.p.A e collezionista, ed inoltre Giovanna Felluga, AtemporaryStudio. Coordinamento artistico Vigne Museum di Yona Friedman & Jean-Baptiste Decavèle dell’azienda Livio Felluga.

D/A/C 16: A-RENA DI ANACAPRI

30 maggio 2015_ Galleria CapriClou, artisti in mostra: Antonello Curcio, Athina Ioannou, Florent Lamouroux, Benjamin Sabatier, Donatella Spaziani. Special guest: Fabrice Hyber

Il progetto di D/A/C costruisce una rete di connessione intorno a un possibile rapporto tra artisti e imprenditoria, cioè, in qualche modo l’idea che gli artisti da una parte e l’imprenditoria dall’altra possano trovare uno stimolo reciproco. L’arte non si deve fermare nelle sue modalità consuete, modalità che la inaridiscono. Nell’imprenditoria, soprattutto nei momenti di crisi, con l’arte si può trovare forza nuova. Questa è un po’ l’idea di base di D/A/C.
Ad Anacapri, D/A/C non è soltanto un Tavolo, anzi oggi non abbiamo proprio un tavolo, c’è invece un incontro intorno a una mostra. Quindi per la prima volta D/A/C si fa in presenza di una serie di lavori e di ricerche che, appunto, vengono presentate qui ad Anacapri.
Qui oggi sono presenti varie persone, alcune che hanno messo in piedi D/A/C: Mario e Dora Pieroni che hanno lavorato a questo progetto da anni e in varie tappe, insieme a Fabrice Hyber. L’avventura è nata a metà degli Anni ’90. Poi per questo meeting abbiamo chiamato realtà locali, persone che a Napoli hanno preso delle vie simili. Oggi è bello presentarsi, conoscersi, portando ognuno la propria esperienza stando intorno a queste opere. Devo innanzitutto ringraziare dell’ospitalità Federico Guiscardo che ci ha ospitato nel suo giardino nella Galleria CapriClou e che schiude anche un posto come Capri che di solito non è aperto a questo tipo di cose, cioè presentare dei progetti che non sono esattamente delle opere, ma che sono dei prototipi, delle idee, dei tentativi. Darei la parola per primo a Fabrice Hyber.

Quando, 24 anni fa decisi di fare un ritratto del mio lavoro, feci la più grande saponetta del mondo. Nessuno voleva fare questa cosa, quindi chiesi aiuto a una Compagnia di sapone di Marsiglia ed essi mi diedero 22 tonnellate di sapone. Con mia grande sorpresa, questo ebbe senso anche per una comunicazione interna della Compagnia, perché l’azione creò qualcosa di estremamente attivo all’interno della compagnia, diventò qualcosa di veramente sociale. Essi furono coinvolti nell’arte senza nessuna azione di mercato.
Dopo ciò decisi di fare una mia propria compagnia di produzione d’arte, questo nel ’94 . Nello stesso periodo feci l’ HYBERMARKET al Museo d’Arte Moderna di Parigi. Trasformai il museo in un supermercato. Dopo ciò feci un sacco di cose con diverse compagnie e poi incontrai Dora e Mario. Decidemmo di creare un network – il nome era Woolways – con Michelangelo Pistoletto e altri artisti e amici.
Formammo questo network per produrre arte, per creare un legame tra artisti e compagnie. All’inizio non fu così facile, perché tra arte e industria c’è una grande distanza. Dopo alcuni anni alcuni collezionisti che erano anche imprenditori cominciarono a cambiare un po’. Un’idea di arte connessa alla produzione divenne qualcosa di più reale e la produzione divenne parte del lavoro dell’arte.
Ora con D/A/C e con tutte queste azioni noi stiamo procedendo. Il problema non è controllare le cose piuttosto permettere ad esse di cominciare. Quello che facciamo è motivare gli altri a creare.

È interessante che tu abbia cominciato nel ’94 e Giusi Laurino abbia avviato la sua Fabbrica del lunedì nel ’95 a Napoli. Forse non era lo stesso concetto. Cosa è cambiato in termini di situazione economica da quel periodo, intendo, guardandolo oggi? È cambiato qualcosa?

Negli anni ’80 abbiamo avuto molto denaro pubblico per l’arte da parte del Ministero della Cultura. All’inizio dei ’90, quando cominciai con il mio lavoro, i soldi erano pochi e io volevo di più. Perciò chiesi finanziamenti direttamente alle compagnie, il mio desiderio era di produrre qualcosa all’interno delle compagnie. Dopo alcuni anni fu chiaro che non riguardava solo il fare opere d’arte, ma il produrre arte e fare arte con le persone che erano coinvolte nella produzione.
Questo non significa solo collezionisti o gente del museo, ma anche creare qualcosa con tutti coloro che lavorano nelle aziende. Diventa così uno scambio di competenze, la creazione di un vocabolario. Oggi non ho bisogno di fare il sapone più grande, voglio fare un sapone insieme alle persone che producono sapone.

Non si tratta più di una cosa che fai nel tuo atelier…

Lo è di meno. Ho cominciato a pensare che volevo fare qualcosa che potesse essere fatto da chiunque.

Giusi Laurino, quale era la situazione quando tu hai iniziato con La Fabbrica del Lunedì?

Nel ’95 a Napoli era il momento che si cominciava a fare arte pubblica e a tessere un dialogo con le istituzioni. In quegli anni c’erano molte iniziative. Io in particolare cercavo di inserire questo discorso di un’arte legata al design, che ritenevo interessante anche da proporre. In quegli anni c’erano ancora delle industrie, come quella del mosaico, l’industria Bisazza a Vicenza. Io avevo inaugurato da poco la mia piccola galleria, proposi questa mostra con Alessandro Mendini, però interamente sponsorizzata dall’industria Bisazza, alle scuderie di Palazzo Reale. Dopo la mostra di Paladino si fece dunque questa mostra che si chiamava Artinmosaico: un percorso in cui molti grandi artisti insieme a grandi designer creavano i paesaggi di una città del futuro. C’era un investimento nella ricerca e c’erano ancora delle industrie che potevano essere interessate in questo senso. Queste possibilità sembrano del tutto scomparse oggigiorno. Io ho sperimentato nella mia galleria una serie di eventi legati ai differenti linguaggi, da quello della ceramica,una pratica del nostro territorio, lavorando con Vietri e altre realtà, poi lavorando sul tema della Architettura con la mostra di Mario Botta. Esperienze importanti che cercavano un dialogo con le istituzioni. Sempre con Mendini partecipai al grande progetto delle Stazioni dell’Arte a Napoli. Lui mi chiamò per il coordinamento per conto del suo atelier. Fu una grande esperienza in quella fase iniziale del progetto della metropolitana.
Venendo al dunque, dopo questa serie di esperienze nel 2009 ho aperto questo spazio, La Fabbrica delle Arti. In questa ex fabbrica di camicie volevo creare un luogo gli artisti in residenza avessero la possibilità di incontrarsi con le manifatture. La mia ricerca è stata creare delle opere che non fossero né design puro né puri prodotti artistici, non essendo costruiti dall’artista nello studio ma in quanto frutto di questo incontro. La mia ricerca era questa. Il mio fallimento è stato non riuscire a trovare un mercato per tutto questo. Perché c’è stato un grosso impegno mio, degli artisti e delle manifatture, che però non trovava riscontro non essendo quello locale il mercato giusto, bensì quello internazionale. Questo è il discorso che pongo a voi: trovare il modo di produrre e potere avere delle committenze. Questi artigiani che io chiamavo firmavano le opere insieme agli artisti, l’esperimento era quello di far uscire fuori la cultura del FARE, la cultura sui materiali andrebbe valorizzata e tutelata. Le istituzioni potrebbero dare una mano attraverso le camere di commercio. Attraverso La Fabbrica delle Arti ho incontrato alcuni membri di Slow Food,e penso che se anche noi nel campo dell’arte, come hanno fatto loro, riuscissimo creare una sorta di associazionismo, una rete e trovare dei luoghi importanti dove mostrare i nostri progetti e ricerche in campo internazionale, potremmo lasciare un segno. I nuovi mercati sono alla ricerca di questo.

La questione è importante e volevo forse chiedere a Anne Valerie a proposito di questo aspetto.
Quindi ci sono diversi aspetti, da un lato l’artista che cerca uno spazio nel dialogo con l’impresa, per la produzione e per il denaro ma anche per studiare e valorizzare il processo. Vorrei introdurre Anne Valerie che è la direttrice del Centro d’arte contemporanea HEC a Parigi e che ha collaborato con noi per la realizzazione di questa mostra. C’è anche un lato della formazione e dunque dell’università. Com’è questa esperienza di creare un centro d’arte e qual è il valore dell’arte in un luogo di formazione come quello di HEC?

HEC è una scuola di livello internazionale, tra le prime (seconda o terza) in Europa e forma dirigenti d’imprese mondiali, e anche imprenditori che hanno la possibilità alla fine degli studi di creare una propria impresa. L’arte, in particolar modo l’arte contemporanea ha per forza un posto in questo contesto. Nel contesto francese ci sono molte poche iniziative dedicate all’arte contemporanea.
Nel 1999 abbiamo creato il Centro d’arte contemporanea HEC e da allora abbiamo organizzato delle esposizioni, molte residenze d’artista, dei corsi, delle conferenze, dei seminari di riflessione e delle pubblicazioni. Perché abbiamo realizzato queste iniziative? Per aiutare i nostri alunni e la nostra comunità, per sensibilizzarli all’arte contemporanea grazie alla forza che gli artisti possono avere nel contesto sociale. Quindi imparare a guardarla e imparare a guardare il mondo intorno in maniera diversa.
È una questione allo stesso tempo culturale ed economica e legata al business dell’arte, quindi formiamo dei manager culturali ma ugualmente sensibilizziamo i nostri alunni a diventare forse dei collezionisti, degli attori dell’arte, a lavorare con gli artisti per sviluppare la loro pratica e la nostra visione del mondo.

Il Ministero della Cultura ha creato una Commissione di Riflessione sull’Arte e il Mondo del lavoro. Oggi è sostanzialmente pilotata dal Ministero della Cultura e l’idea è quella di restringere il legame tra l’arte e il mondo del lavoro, di trovare quel genere di legame che è possibile stabilire tra impresa, mondo del lavoro e mondo dell’arte.

Volevo chiedere a Dora e a Mario se avevate voglia di raccontarci questa esperienza del D/A/C , di questa rete che state creando. Stiamo vedendo che nella cultura francese c’è questa presenza del Ministero, queste strutture che sovrintendono, gestiscono, che lavorano nel tentativo di passare dal centralismo francese verso una diffusione internazionale, mentre in Italia c’è una realtà diversa in questo senso. Dalla vostra esperienza come la vedete questa situazione?

Io penso che tu hai fatto nel tuo testo la domanda: perché a Capri? Perché è una vetrina internazionale che è quindi un luogo centrale per presentare l’idea di D/A/C Denominazione Artistica Condivisa. Abbiamo avuto vari luoghi in Europa dove di volta in volta ci siamo riuniti. L’idea era appunto di creare un club mobile che unisca persone di varie destinazioni. Mi ha fatto piacere vedere qui oggi Massimo e Emilia Sterpi con i quali già in passato abbiamo condiviso delle esperienze con il desiderio di fare cose insieme.
Nei Tavoli di D/A/C non sai mai bene quello che può succedere. Però, se ci si riunisce insieme, qualcosa succede. Per la prima volta qui ad Anacapri si sono fatte delle vetrine che ospitano progetti realizzati. Quindi rispetto al passato c’è un passaggio in più. Capri è una vetrina già di per se stessa. Abbiamo fatto la vetrina nella vetrina. Questo nuovo step può magari può produrre altri passaggi, altre realtà possono venir fuori. La rete poi cha abbiamo formato è importante perché condivide un’idea. Oggi, rispetto ad un centralismo problematico, ne sentiamo tutti un bisogno. C’è poi sempre anche il piacere di stare insieme. Qui in fondo siamo in una casa, ci sono i problemi di buon vicinato, c’è la vita intorno e tu non sia mai come andrà. Ci sono le cose della normalità quotidiana che non puoi prevedere. Qui tu parti sempre da una camera. Vorrei che ne parli.

Pensare alla relazione con l’industria, con la produzione per me è sempre molto stimolante. Le idee nascono a volte proprio guardando come funziona la produzione. Ciò che è interessante e di far deragliare il sistema di produzione per creare un qualcosa che non è propriamente un oggetto d’arte, cioè riuscire a rimanere tra le due cose, arte e produzione. Così facendo si ha la possibilità di comunicare con una cerchia più ampia. Soprattutto da noi in Italia l’artista ha la tendenza di isolarsi. I miei oggetti parlano della relazione tra me e i miei oggetti.
Quando esco dalla mia solitudine ed ho la possibilità di lavorare con gli artigiani o con delle industrie, sono ancora di fronte a due situazioni ancora tra loro molto diverse. Con l’artigiano c’è il confronto diretto, si stabilisce una relazione più piccola, un rapporto anche umano, come è successo quando ho realizzate le ceramiche che ho portato qui. Il rapporto con l’industria è forse un poco più difficile, ma ancora più stimolante. In un sistema di produzione ci sono delle macchine che ad esempio producono delle scatole. Le idee mi vengono proprio quando vedo come funziona la catena di montaggio.
Allora, quando ad esempio, salto un passaggio di quella catena di montaggio riesco a creare qualcosa senza perdere economia. Magari aggiungo altra economia. Questa connessione tra arte e industria che sembrava impossibile negli anni invece è diventata sempre più reale creando addirittura una dimensione nuova per l’arte contemporanea.

Volevo chiedere una cosa a Fabrice: nelle committenze, sei tu che imponi qualcosa all’industria oppure è l’industria che ti chiede qualcosa e tu inverti i giochi?

Dipende, a volte ho già un progetto e trovo delle imprese e in seguito vedo come posso adattarmi rispetto ai materiali e ai processi di produzione. Ma a volte riusciamo anche a inventare delle cose insieme. C’è ad esempio Roberto Crivellini, che tra l’altro è venuto da me con Mario e Dora più di un anno fa, che aveva un grosso problema con la sua impresa di tessuti. Voleva ristrutturarla per uscire dal suo impasse. Gli domando semplicemente di parlarmi della sua vita, di quello che era. Parlava di suo padre che fabbricava le scarpe secondo la tradizione regionale del Friuli.
Gli ho suggerito di riprendere questo discorso ma di creare una serie di scarpe per un piede solo: l’UNA. Le potete vedere nella vetrina laggiù. Abbiamo quindi inventato e sviluppato qualcosa. Anche per lui è un’occasione per prendere coscienza della situazione e creare una nuova vita. Io in questo caso ho avuto la possibilità d’inventarmi qualcosa. Non c’era niente di stabilito prima. Oggi abbiamo tutti almeno due vite visto che in media arriviamo a 90 anni. Bisogna gestire tutto questo. Ci adattiamo alle circostanze.

La commissione è un momento stimolante. Vorrei domandare a Benjamin che è anche lui in questa Commissione del Ministero sul rapporto tra arte e industria ma che lavora molto, anche per se stesso, su questo rapporto facendo degli studi storici a proposito di questo. Come lavora oggi un artista come te che conosce così bene questo rapporto, facendo delle citazioni o relazionandosi alla storia? È un tesoro da scoprire, un esempio da sviluppare? In quale direzione si va oggi rispetto al sistema dei musei che è completamente diverso?

Il problema è che oggi le pratiche sono diverse e variegate. Non si tratta per forza di un meccanismo all’antica, cioè l’artista nel suo atelier. Molto spesso gli artisti hanno bisogno di accostarsi a specialisti per sviluppare i propri progetti che hanno dei risvolti molto diversi. Nella prospettiva storica vediamo degli artisti che hanno creato loro stessi la loro impresa. Fabrice, qui vicino a me, ha creato la sua struttura d’impresa per produrre delle cose. Allo stesso tempo tutto questo ci sottopone alla domanda del processo dei modelli di funzionamento.
Più che le imprese certi artisti hanno creato la loro struttura d’impresa , penso a Murakami o a Damien Hirst. Loro s’interrogano sul rapporto artista/impresa, vediamo che si sviluppano dei meccanismi nei quali l’industria non è solo un mezzo ma anche un’essenza e una realtà che fa riflettere. Siamo proiettati più sullo scambio e gli incontri e meno sul semplice processo di produzione. Con Murakami, che produce migliaia di quadri, questa domanda si pone. Si vede bene il suo interesse intellettuale e critico che supera il fatto della produzione e dei mezzi di produzione. La stessa cosa vale anche per i mezzi di produzione.
Ad ogni modo, come dicevo, si può vedere nella storia, a partire dagli anni ’60 che certi artisti hanno iniziato a lavorare con le imprese e a produrre cose insieme per giocare sull’adozione di un sistema di natura economica. Penso sia oggi l’aspetto artistico più interessante da osservare…

C’è anche un altro aspetto che mi interessa, cioè lo spazio espositivo. Oggi siamo in una vetrina come Capri. Normalmente lo spazio espositivo è un museo. Di solito l’artista crea un’opera e il suo sogno è quella di mostrarla in un museo. In questo incontro artisti/ produzione industriale, lo spazio artistico può diventare altro. Non solamente il museo ma anche il mercato, lo spazio dedicato al consumismo, le aste, etc.

Riguardo la mia storia l’idea era quella di presentare una riunione di idee aperte alla Biennale di Lyon del 1991. Era un momento eccezionale. Il mio “Sapone” aveva fatto il giro dei supermercati d’Europa, in Italia, in Francia, Belgio, Spagna, Olanda e Austria, ed era presentato nei parcheggi. Facevamo una piccola comunicazione nei giornali locali, c’erano sempre un centinaio di persone che aspettavano l’arrivo del “Sapone” su un grande camion bianco che portava 22 tonnellate, il camion non era molto bello e la gente era spesso delusa.
La mia idea era quella di dimostrare che la forma non era l’essenziale ma la materia stessa che veniva mostrata. Dopo ho lavorato ancora con dei supermercati per diversi progetti e poi ho esposto HYBERMARCHE’ all’ARC, ho trasformato il Museo d’Arte Moderna di Parigi in un supermercato. Volevo dimostrare che nulla era definitivo e che ogni volta l’esperienza dell’opera è nuova.

La domanda che poneva Giusi prima era: questo incontro che crea degli oggetti con uno statuto particolare che poi però devono trovare uno spazio, una situazione. Dopo La Fabbrica del Lunedì hai creato quest’altra realtà che era La Fabbrica delle Arti che era anche uno spazio educativo.

Sì, era soprattutto dedicato ai giovani. L’idea anche molto importante era di creare uno spazio di sperimentazione che io facevo con gli artisti e con gli artigiani. Si crearono dei prototipi per lo spazio. Secondo me, portare fuori dai luoghi canonici i due elementi che dovevano insieme lavorare era importante. Creare uno spazio alternativo crea un flusso diverso. Nel proprio spazio ognuno è preso dalla routine, dalle preoccupazioni della quotidianità. L’artista ha i suoi problemi, sta nel suo mondo, ma anche l’artigiano la manifattura, la piccola industria ha i problemi suoi.
Portarli fuori contesto significa farli impegnare in un pensiero diverso. Bisogna però anche rendere queste opere a un pubblico più vasto. Quando ho iniziato c’erano le opere con le quotazioni alte, nelle fiere e nelle aste. Ma noi volevamo creare qualcosa di più accessibile per un mercato albergato, non per collezionisti veri e propri , ma per amanti dell’arte, per farli godere del bello dell’arte. Attraverso l’arte pubblica possiamo tutti godere, ma nel privato sono pochi che se lo possono permettere, occorre trovare nuove soluzioni.

Negli anni ’60 c’era questa idea dei multipli che dovevano costituire un’arte democratica, ma quella era un’altra cosa, non era legata alla produzione.

Sono un chirurgo, un ricercatore, ho insegnato per 40 anni. Sono un amante del bello, dell’arte antica , del Seicento e dell’arte contemporanea. Il Seicento mi interessa moltissimo perché per Napoli era il periodo più bello. Ho anche avuto rapporti con molti galleristi e ho cercato di circondarmi con il bello e ho cercato anche di mettere a disposizione i miei spazi per gli artisti. È mia la torre saracena alla Campanella dove ci sono anche due abitazioni che metto a disposizione. È un posto molto particolare dove sono venuti tanti artisti.
Quindi amo l’arte, amo gli artisti. Questo di oggi per me è un discorso totalmente nuovo e mi scuso di essere un po’ naif. Non riesco a comprendere la differenza tra la fine dei multipli, l’industria, l’artigianato, l’arte. È difficile capire la differenza tra un artista e un designer. Dalisi, ad esempio, è un artista o un designer? Oppure Ettore Sottsass oppure Giò Ponti. È molto difficile dire questo oggetto è un oggetto artistico, ma se lo produciamo in un milione di pezzi, è ancora artistico? Trovo molto interessante il concetto di rete. Per me è una cosa straordinaria e se si riesce a costruire questa rete è una cosa bella e si dovrebbe anche riuscire a trovare dei finanziamenti, come avviene nel turismo. Cioè anche qui finanziano la rete, non solo in Italia, vale anche per l’Europa.
Ma quale è il taglio che darei? L’artigianato nell’arte non è una novità, come usare le manifattura è persino una materia d’insegnamento nelle Accademie. Quale è invece la novità? Noi abbiamo oggi dei materiali nuovi, straordinari che spesso l’artista non conosce e che invece potrebbe utilizzare per creare nuove situazioni. Così sono nati i primi oggetti di plastica, le sedie e via dicendo. Gae Aulenti ecc. Il nuovo materiale ha influenzato il modo di creare. L’industria potrebbe aver l’interesse di fornire questi materiali.
Par quanto riguarda l’artigianato, l’artista ha avuto rapporti con esso da millenni, già si sa tutto. Quello che non si sa è invece l’evoluzione che c’è stata in questi anni nei materiali.

Sono avvocato, e mi occupo in particolar modo di Fondazioni d’Arte in Italia e all’estero.
Io vorrei dire due cose: una rispondendo allo stimolo iniziale riguardo al fatto che un’impresa di grande valore abbia poi conosciuto il fallimento per via del mancante sbocco commerciale. Vorrei dire, in senso positivo, che forse in quel momento storico tutto ciò potesse essere votato al fallimento, ma oggi la situazione è totalmente opposta. In questo momento che siamo in una prospettiva di robotizzazione dove sempre di più si creeranno oggetti perfetti senza alcun intervento umano dove invece oggetti che abbiano un intervento, un contributo umano di per se stessi avranno un valore aggiunto, dal punto di vista artistico un valore concettuale e di comunicazione più alto. L’intervento artistico renderà l’oggetto unico, un oggetto quindi che necessariamente acquisirà sempre più valore. Considerando che poi l’Italia è la culla delle sapienze artigianali è destinata ad attirare sempre più attenzione. Vediamo il successo della Biennale del Design di Miami dove in realtà ci sono le edizioni di design, non di arte. Negli anni Settanta si è visto un tentativo di democratizzazione dell’arte attraverso i multipli d’arte. Noi qui invece stiamo parlando di creare oggetti ibridi.
La seconda cosa che vorrei condividere con voi. Due giorni fa ho avuto un interessante input da un artista siciliano Francesco Lauretta che gioca intorno al concetto di pittura. È sempre qualcosa di diverso. L’ultima mostra era pessima e ho domandato a lui:Francesco, cos’è successo? Mi ha risposto in maniera molto intelligente che stava cercando di togliere l’identità all’oggetto artistico. Voleva creare un oggetto che negasse il concetto di pittura stessa. Ha tagliato il dipinto in pezzi e ne ha costruito un tavolo. Questo significa la distruzione della pittura. Trovo tutto questo molto contemporaneo. L’oggetto artistico tradizionale trova una difficoltà di sopravvivenza e si distrugge violando il suo stato, cercando di aggiungere qualcosa.
Non c’è sicuramente un continuum tra arte e qualsiasi forma di creatività, design o altro. Creare una delineazione tra arte e altre forme di creatività non è più possibile. Il problema dei nuovi oggetti è il loro impatto, non il numero di edizioni. Possono essere uno solo o un milione se l’opera è buona.
Murakami quando fa il progetto per Vuitton pone quel problema. Si può ancora parlare di arte o no. Il fallimento che c’è stato di quelle operazioni prima è stato proprio un fallimento economico.

Io non penso neanche al fallimento però ci vogliono poi cambiamenti. Non a caso il progetto mio ora lo voglio vivere io, muovendomi e parlandone. È un progetto di una sapienza da portare ovunque. È esportabile assolutamente a tutti i livelli. E negli incontri con altri divengono altre idee. L’altra cosa interessante è la pluralità delle professioni che entrano in gioco. La rete anche in questo senso è preziosa.

A proposito di Murakami con il lusso si pone un problema di marketing. Non si capisce più cos’è arte e cos’è marketing. Questo ibrido di cui parlavate comincia a essere studiato dai ricercatori di management.

Athina, come artista hai partecipato anche all’incontro D/A/C a HEC di Parigi, vuoi intervenire? vuoi dire qualcosa da parte dell’artista?

Penso anzitutto che è un’esperienza meravigliosa. Noi che stiamo qui ci siamo incontrati la prima volta a Parigi. Vediamo quindi che questa cosa viene ad estendersi in un’isola altrettanto meravigliosa che è Capri. È una vetrina a livello internazionale. Già nel nostro gruppo ci sono persone da tutte le parti del mondo e questo fatto indica che siamo di fronte ad una cosa nuova. Il discorso di prima è molto importante. Questo nuovo che noi artisti cerchiamo è il nuovo dell’opera che non è legato alla maniera di produzione, è legato all’opera stessa come risultato finale. Anche se tutto viene cambiato o modificato la cosa che rimane costante è la visualizzazione dell’opera. Ed è questo risultato che ci interessa. Per questa estensione però serve anche una nuova estensione, i mezzi cambiano. Che poi sia in un milione di copie o in una non ha importanza. Il problema è l’opera, il luogo e la sua estensione.

Infatti è la nuova estensione che cerchiamo, è tutto lì. Non è una cosa meramente materiale.

Non esiste un nuovo lavoro, esiste un lavoro visto nuovamente, visto in un nuovo giorno. Bisogna misurarsi. Capri ha una storia antichissima e allo stesso tempo una contemporaneità assoluta. Noi arriviamo qui da una metropoli come Parigi e riprendiamo il nostro discorso qui. Questo è una cosa meravigliosa. A me personalmente interessa tanto questo tipo di estensione. È in questo senso che si può fare un lavoro nuovo.
Dico due parole in francese. È interessante la discussione che c’è stata precedentemente rispetto all’arte oggi. Parlavamo della produzione. La domanda dal mio punto di vista è veramente l’arte come risultato e come questo sarà percepito considerando questo luogo dove oggi abbiamo potuto lavorare. è sempre il risultato che conta. È per questo che siamo qui e prima a Parigi.

Solo un’altra domanda volevo fare a Fabrice: il processo artistico nell’incontro con la produzione industriale subisce una mutazione. Questo crea un altro processo?

Questo crea un comportamento. Possiamo ottenere delle opere che non sono solo da guardare ma con le quali si può condividere qualcosa. Anche un’opera virtuale può essere un’opera. La si deve solo valorizzare.

Io penso che comunque una differenza tra il design e l’oggetto che fa l’artista c’è, anche se ovviamente ci sono dei casi di borderline. Nella nostra lunga attività abbiamo lavorato con moltissimi artisti ma non abbiamo mai visto che una cosa nasce da una ricerca di funzionalità. Nasce da un desiderio di comunicare qualcosa, cambiare qualcosa. Introduciamo la parola ‘comportamento’. Questi giorni qui abbiamo anche parlato insieme. In effetti le nostre riunioni servono anche a crescere insieme ed a parlare. Bisogna anche dire che non abbiamo avuto una situazione facile.
Personalmente a un certo momento mi sono anche fatto prendere dal panico. Qui c’è comunque un contesto particolare che dobbiamo prendere in considerazione. Abbiamo avuto delle conversazioni accese con Federico e con sua madre su i vari approcci possibili di questo esperimento. Ci sono dei meccanismi economici diversi che non per forza combaciano. Quando vai in un luogo come questo desideri certamente uno sconfinamento, ma vai ovviamente anche su un terreno scivoloso. Per me è molto importante che torniamo su tutto quello che qui è stato fatto. Ci accorgiamo di messaggi precisi. C’è stato veramente un invito a cambiare mentalità. Una volta proprio tu, Massimo Sterpi, parlavi delle tue esperienze e dicevi che la cosa la più importante è che con esse si cambia testa. Questo può avvenire in moltissimi modo.
Questo che qui ci differenzia radicalmente di tutto ciò che avviene nella strada al di fuori di questo giardino, dove hai chiaramente dei souvenir, ma hai anche moda e design, è che qui dentro c’è una fabbrica di cambiamento. Questa esperienza per me è stata molto preziosa, ma ripeto, non è stato un processo semplice e lineare.

Ritornando sull’idea dell’estensione, volevo solo aggiungere che noi sappiamo tutti che abbiamo troppo. Il vero problema è che non ci serve niente, nessun oggetto. Fin troppo abbiamo. Quando oggi si crea la rete, non è più sul fatto di creare nuovi prodotti, ma di mettere in rete quello che noi abbiamo. Mi pare che i giovani lo stiano facendo. Io veramente penso che sta venendo un momento straordinario nuovo rispetto a com’era quando noi abbiamo cominciato. Tanti anni fa c’era questo problema di fare qualcosa di perfetto. Io ho cominciato con Alviani, tutti conoscono la sua precisione. Oggi i problemi sono altri. Sappiamo tutto: la fine della borghesia, i problemi sociali, i paesi che non hanno cibo, altri che ne hanno fin troppo, la ricchezza in modo smisurato nelle mani di poche persone. I problemi ci sono e l’artista oggi è una figura centrale perché l’artista che lavora per il mondo – lo ripeto sempre: l’artista non lavora per sè, lavora per il mondo – è in grado di creare una visione nuova.
Io veramente ringrazio i padroni di casa che offrono uno spazio privato per una realtà pubblica. Questo è qualcosa di straordinario. Loro abitano qui e tu senti che entri in uno spazio privato e hai una possibilità di dialogare in modo profondo, senza finzioni. Quando ho visto Fabrice che scriveva sulle vetrine l’ho guardato con ammirazione perché lui indicava che questi suoi oggetti erano per tutti. Pensiamo allora che con l’arte possiamo portare una visione diversa, un’estensione come diceva Athina.

Prendi un rischio perché hai la necessità di fare questa cosa.

Vorrei solo dare una testimonianza di quello che chiamiamo l’opportunità dell’oggetto o dare al oggetto una opportunità. Emilia ha una società che si occupa di trasferimento di idee di design, trasferimento di idee commerciali ecc. Quando è stato trasferito l’ufficio dove è attualmente dovevamo arredarlo e dargli un’identità. Al posto di andare all’IKEA e comprare delle lampade, o andare da Cappellini. È uno spazio di lavoro comune che attraverso l’arte diventa uno spazio straordinariamente interattivo. Come qui i nostri ospiti hanno concesso la loro casa come spazio pubblico, noi abbiamo deciso di fare un esperimento nell’ufficio facendolo diventare un luogo vivente.

Per noi è stata una cosa molto importante. Abbiamo aperto all’esperienza contemporanea questo giardino neoclassico e l’abbiamo messo a disposizione della cittadinanza.

Io ringrazio tutti quanti per essere venuto ed aver partecipato a questo D/A/C meeting a Capri che ha preso per la prima volta la forma di una mostra, uno spazio che si presenta per la prima volta in questa isola incredibile. Adesso chiudiamo l’incontro ed apriamo la mostra, chiudiamo il D/A/C e lo apriamo.

D/A/C 15: Paris - HEC Espace d'art contemporain

27 marzo 2015_ PRODUCERS vs. ARTISTS

HEC Paris
Espace d’art contemporain HEC
1 rue de lalLibétration
78350 Jouy-en Josas
27 Marzo 2015 alle 14.30

PRODUCERS vs. ARTISTS

Lista Partecipanti D/A/C 15°:
Jean-Yves Bobe, Ministero della Cultura responsabile delle relazioni Arte/Imprese
Valérie Bobo, imprenditore
Roberto Crivellini, imprenditore
Samson Davis, Ministero della Cultura
Jean-Baptiste Decavèle, artista
Anne-Valérie Delval, HEC – dipartimento arte contemporanea
Clément Dirié, giornalista e critico d’arte
Frederico Guiscardo, spazio espositivo a Anacapri
Fabrice Hyber, artista
Athina Ioannou, artista
Florent Lamouroux, artista
Bernadette Legrenzi, Consiglio Generale degli Yvelines a capo del programma Arte/Impresa
Esclarmonde Monteil, Direttrice del Museo de la Toile di Jouy
Isabelle de Maison Rouge, moderatrice
Mario Pieroni, RAM radioartemobile
Benjamin Sabatier, artista
Giuliano Sergio, Curatore Anacapri
Giuliana Setari, Presidente Dena Foundation for Contemporary Art
Donatella Spaziani, artista
Dora Stiefelmeier, RAM radioartemobile
Piero Tomassoni, Economy ART/Managemnt
Laura Vedel, Consiglio Generale degli Yvelines a capo del programma Arte/impresa

D/A/C 14: PESCARA - ALVIANI ARTSPACE

22 novembre 2014_ getulio alviani, Cecilia Casorati, Jean-Baptiste Decavèle, Maurizio Felluga, Ottorino La Rocca, Enrico Marramiero, Paola Marcheggiani, Liliana Moro, Elena Petruzzi, Mario Pieroni

Sabato 22 novembre ha avuto luogo la tavola rotonda, moderata da Cecilia Casorati e promossa da RAM radioartemobile e Fondazione Aria presso l’Alviani ArtSpace dell’Aurum a Pescara. Mario Pieroni, gli imprenditori Maurizio Felluga, Enrico Marramiero, Ottorino La Rocca ed Elena Petruzzi, e gli artisti getulio alviani, Jean-Baptiste Decavèle e Liliana Moro hanno messo a confronto le loro esperienze e stabilito gli ‘intenti comuni’ per creare una rete tra arte e impresa  che dia nuovi impulsi al territorio.

Ha aperto i lavori l’Assessore al Patrimonio Culturale, Paola Marcheggiani, intervenuta in rappresentanza del Sindaco Alessandrini, elogiando il ruolo attivo svolto dalla Fondazione Aria e degli altri organizzatori dell’incontro per creare finalmente un ponte tra Arte e Impresa in linea con le tendenze di mercato nazionali ed europee. Cecilia Casorati, nuovo direttore artistico della Fondazione Aria, ha introdotto il tema dell’incontro ‘Common Aims’ e illustrato brevemente il futuro progetto culturale della Fondazione, teso a creare una sinergia realmente operativa tra artisti, imprenditori, pubblico e territorio, in una dimensione internazionale. La Presidente della Fondazione Aria Elena Petruzzi ha poi evidenziato la condivisione della filosofia del progetto D/A/C per l’assoluta coerenza con l’obiettivo comune di spostare il punto di vista dal singolo alla dimensione collettiva, promuovendo un modello inedito di sviluppo culturale del territorio. Mario Pieroni, Presidente RAM radioartemobile, ideatore e promotore dei D/A/C meetings nelle principali città europee, ha poi illustrato l’idea alla base di questi incontri, dichiarando che il dialogo tra produttori ed artisti significa mostrare un’apertura per trovare insieme delle soluzioni non solo ai problemi pratici della realtà ma a tutti gli aspetti della vita. Ha poi passato la parola a getulio alviani che, con un intervento critico ma molto costruttivo, ha ricordato che l’impegno dell’artista è sempre stato e continua a essere quello di ideare nel presente con uno sguardo verso il futuro. L’imprenditore friulano Maurizio Felluga ha affermato la capacità dell’arte di essere un valore aggiunto anche per l’impresa, spiegando come il ‘Vigne Museum’, realizzato da Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle, in occasione dei cento anni del padre Livio Felluga, sia diventato in brevissimo tempo un vero attrattore di flussi turistici e come tutto ciò abbia portato un vantaggio alla sua azienda, agli operai che hanno lavorato alla realizzazione, ma soprattutto al territorio. Dell’opera, una grande struttura aperta che con il tempo sarà ricoperta da cento nuove piante di vite, integrandosi perfettamente con il luogo, ha parlato l’artista Jean-Baptiste Decavèle, mettendo in evidenza la complementarietà tra produttori e artisti.

Enrico Marramiero, A.U. ALMA C.I.S. e Presidente dell’azienda vinicola Marramiero, ha sottolineato il ruolo attivo della Fondazione Aria che non può prescindere dal coinvolgimento dei giovani nei progetti culturali per trasferire in loro la necessità di lavorare per la ricerca di un ideale; ha quindi spiegato come la creatività oggigiorno sia una risorsa strategica per trovare soluzioni innovative a tutti i livelli dell’impresa. Il Presidente della Valagro S.p.A. Ottorino La Rocca ha affermato che ‘anche Aria è partita unendo intorno ad un’idea circa cento tra piccoli e grandi imprenditori, artisti, professionisti e persone che si sono attivate per arricchire il territorio grazie ed attraverso la cultura. Aria continuerà il suo cammino creando nuove sinergie con coloro che vorranno condividere gli ideali di crescita del territorio lasciando alle spalle negatività e guardando con ottimismo ai traguardi di crescita futuri’.

L’artista milanese Liliana Moro, che per l’occasione ha progettato il tavolo ‘Quattro stagioni’ intorno a cui si è svolto l’incontro, ha raccontato le proprie esperienze di ‘Public Art’. L’artista ha parlato del progetto a cui sta attualmente lavorando e che le è stato affidato dalla Fondazione Zegna, sottolineando l’importanza della relazione tra opera e territorio. Lucia Zappacosta, infine, ha ripercorso la storia dell’Alviani ArtSpace, di cui è direttrice, che in soli due anni è diventato un punto di riferimento per la creatività giovanile non soltanto abruzzese.

Il meeting che si è tenuto a Pescara è il 14esimo D/A/C.

Il punto informativo all’ingresso era un’opera di Alessandro Cannistrà intitolata Oggetto di pensiero (2014).

D/A/C 13: UDINE - Abbazia di Rosazzo

20 Settembre 2014, ARTE E IMPRESA A TUTELA DEL PAESAGGIO RURALE – Lorenzo Benedetti, Jean-Baptiste Decavèle, Stefano Mancuso, Mauro Pascolini, Mario Pieroni, Adriana Polveroni, Dora Stiefelmeier

Estratto 13. incontro D/A/C

Vorrei sottolineare due elementi a mio avviso centrali del progetto del Vigne Museum e dell’incontro di oggi. Anzitutto voglio soffermarmi sulla natura di questo progetto. Si potrebbe pensare che si tratta di un progetto tipico della “società liquida” di oggi, messa a fuoco da Zygmut Bauman. Quindi, di un progetto che va verso un alleggerimento e che magari alla fine, a forza di “perdere peso”, perde anche il suo senso, ma non è assolutamente così. Yona Friedman è appunto un grande architetto, che attualmente lavora insieme a Jean-Baptiste Decavèle, e che da sempre lavora nell’ architettura incompiuta.
Qui è stato creato un “vuoto programmatico” che sarà “riempito” dai significati che si svilupperanno attorno a questo Museo attraverso l’uso, le attitudini, le processualità che si aggregheranno attorno ad esso. Libertà di forma significa dare lo spazio per la costruzione di relazioni e di un senso evidentemente condiviso, che nasca da questo territorio.
Non si tratta di qualcosa che è stato definito all’inizio, ma qualcosa che è cresciuto successivamente, in questo caso proprio grazie alla relazione con l’ambiente e con il paesaggio. Un intervento come questo effettivamente sottolinea e valorizza il paesaggio nel momento in cui lo ridescrive ed è proprio il senso migliore di  quello che si intende per Arte Ambientale, un arte che raccoglie i suggerimenti e le suggestioni del paesaggio e della sua morfologia.

Penso che oggi una delle grandi scommesse del nostro Paese sia cercare di unire quanto possibile un patrimonio culturale a un patrimonio di sapere aziendale e di sapere imprenditoriale. Da una parte c’è il sapere aziendale molto strutturato che in Italia è stato decisivo, avendo contribuito negli ultimi 50-60 anni e fino a qualche anno fa, allo sviluppo del nostro Paese e, dall’altra parte, noi italiani abbiamo un incredibile patrimonio storico.
Sono abbastanza convinta che oggi l’arte possa giovare molto all’impresa e all’azienda, proprio perché mette in discussione alcuni punti saldi del pensiero aziendale e, ancor prima, dello stesso modo di pensare.

Quando un imprenditore incontra un artista il primo problema che si pone è il linguaggio perché siamo di fronte a  mondi che hanno linguaggi diversi. Anche quando da parte dell’imprenditore c’è una sensibilità per l’arte, il linguaggio rimane comunque distante. L’impresa corre dei rischi, ha bisogno di risultati, di concretezza e a fine giornata deve fare i conti. L’artista ha la libertà di viaggiare nell’immaginario e di vedere come possibili le cose che elabora nel suo immaginario. Per questo motivo noi abbiamo creato dei tavoli d’incontro.
Quando ci si mette a tavolino per fare immediatamente un progetto quasi mai funziona, le cose non vanno in porto. Yona, Jean-Baptiste ed io amiamo e guardiamo molto i cani che sono straordinari perché si annusano e man mano si aggregano tra di loro, formano dei gruppi. Dovremmo imitarli.
Penso che Livio Felluga ha avuto un intuizione vicino a quella di un artista quando ha visto per prima volta il paesaggio che oggi ospita la grande distesa di vigneti della Ditta e che ha permesso di legare la proposta artistica di oggi all’ Azienda Livio Felluga. Vorrei aggiungere un’altra cosa, ho visto qui non solo una famiglia appassionata, ho visto tutti i collaboratori, gli operai coinvolti, che ci salutano, che sono contenti dell’operato ed ho pensato che il primo miracolo – i miracoli non si fanno ma si creano – comunque il primo risultato di questo Vigne Museum era proprio questo: un’azienda intera che partecipa con slancio e questo mi sembra veramente un fatto importante, come se la coesione interna si fosse rafforzata. Io credo molto in questo effetto immateriale che si può produrre nella collaborazione tra artisti e impresa e che crea un good will di cui il mondo ha un grande bisogno.

Il nostro problema era di fare una proposta che non alterasse gli equilibri presenti di cui sento la presenza. Credo che quello che abbiamo proposto coincida anche con un desiderio più ampio di trovare delle modalità che garantiscano la sopravvivenza sul globo terrestre.
Ho apprezzato molto la possibilità di poter improvvisare che è un fondamento del nostro lavoro. Ho potuto sperimentare insieme a tutta la famiglia Livio Felluga e agli operai della Ditta affrontando di volta in volta i vari problemi. La domanda era: Come traduco quello che percepisco in questo paesaggio da una parte e l’energia che mi arriva dalle persone che stanno intorno e collaborano con me dall’altra in una proposta architettonica? Devo  aggiungere l’amore mio e di Yona per il vino, cosa fondamentale per questo progetto. Yona ama dire che il vino non solo è uno degli alimenti più antichi che noi conosciamo, un insieme enorme di sapori e gusti, ma che ha anche la grande qualità di creare condivisione.
Il punto centrale del pensiero di Yona è quello dell’ autonomia, cioè come fare per creare autonomia nella società.

L’architettura occidentale è caratterizzata da un eccesso di costruzione, tanti edifici inutili che potrebbero essere evitati. L’architettura nasce nella preistoria per proteggere l’uomo dalle intemperie, dal sole, dalla neve, dalla pioggia. In un secondo momento si aggiunge un’altra funzione che prende il sopravvento, quella della separazione tra dentro e fuori. Questa seconda funzione salta con internet. Oggi stare fuori o dentro non ha più senso perché tutti possono partecipare ovunque.

Le piante sono la rappresentazione vivente della flessibilità. Esse sono l’adattamento all’ambiente e sono degli organismi straordinariamente affascinanti; molti concetti che ho sentito nominare oggi: comunità, rete, sopravvivenza, modernità, adattamento, sono termini che descrivono perfettamente che cos’è una pianta.
Una pianta, circondata da insetti, erbivori, animali di ogni specie, ha un’ unica maniera per sopravvivere, quella di essere costruita in maniera completamente diversa dall’ animale che racchiude al suo interno degli organi specializzati. La pianta respira senza polmoni, digerisce senza stomaco, vede senza occhi, sente senza orecchie e, infine, la cosa più eccezionale di tutte: ragiona, comunica, risolve problemi senza avere un cervello ed è addirittura in grado di ricordare. Le piante, sono moderne perché non hanno un organizzazione centralizzata.
Nella nostra società, le macchine, gli attrezzi, tutti i nostri oggetti sono stati costruiti avendo in mente l’animale. Le piante sono un sistema nuovo cui ispirarsi per costruire cose nuove.

Il paesaggio, in particolare quello agricolo, diventa è l’elemento portante in cui il progetto esistenziale individuale o collettivo si dipana con l’obiettivo di realizzare una qualità della vita che deve contemplare sia gli aspetti materiali che immateriali, figli della società che li produce. Con gli occhi di oggi possiamo dire che questo paesaggio risponde ad alcune parole d’ordine importantissime quali equilibrio, razionalità, valore scenico, rispetto, emozione.
Qui nel Friuli dobbiamo ritenerci fortunati perché gli uomini di queste terre, i contadini prima e poi alcuni illuminati imprenditori che hanno la terra dentro il cuore, hanno ripreso a costruire paesaggio con la stessa sensibilità di un tempo, più o meno consapevoli che i luoghi hanno un valore, un senso e che per questo diventano un patrimonio che è di tutti ben oltre le singole particelle catastali, superando di slancio le barriere e i confini.
Livio Felluga ha scelto come unica etichetta che lo rappresentasse la carta geografica, descrizione e racconto perfetto dei luoghi.
Il paesaggio è figlio del tempo, delle scelte politiche, ideologiche, economiche ed anche valoriali della società che lo esprime. Infatti ogni giorno attiviamo scelte, gesti, comportamenti che più o meno inconsciamente producono paesaggio, ma al tempo stesso non lo percepiamo come nostro, anzi lo rifiutiamo sulla base di modelli che lo riportano ad un passato rurale.
Prende vita un concetto “nuovo” di territorio, che non è solo il luogo in cui si vive e si lavora, ma che conserva la storia degli uomini che lo hanno abitato e trasformato e dei segni che lo hanno caratterizzato e che contiene un patrimonio diffuso, ricco di dettagli e soprattutto di una fittissima rete di rapporti e interrelazioni tra i tanti elementi che lo contraddistinguono anche emozionali.

Il museo è qualcosa che si pianta, e come una pianta che cresce, non è una struttura costruita, ma si sviluppa nel tempo con il suo corso naturale.
Con il Vigen Museum abbiamo presente l’idea del museo come una cosa mobile, legato ad un concetto dinamico che cresce, che si sviluppa ed avvolge. C’è un’armonia analoga al suono. Il SoundArtMuseum e Iconostase sono molto vicine come musei perché entrambe sono delle strutture forti però aperte, permeabili, sensibili ed interagiscono con l’ambiente come il suono. L’essenza stessa del museo è di integrarsi al territorio.
Yona è l’architetto più musicale che esiste, nel senso di assimilarsi all’ambiente circostante, di essere ambiente, di essere aperto.

Bisogna piantare la cultura. L’iconostase che cresce, una struttura che cresce con una forma che si può cambiare con il tempo, si può modificare e questo è fondamentale in un museo che vive. Un museo deve vivere, deve essere una cosa vissuta.
Il Vigne Museum deve essere visto come l’esempio più importante fatto negli ultimi anni di museo che non vuole chiudere o decontestualizzare ma nasce e si sviluppa con il contesto circostante. Il museo oggi deve essere uno spazio che interpreta il contesto però ha anche una sua chiara definizione, quindi non è che sia casuale, anche la geometria e la forma sono molto precise e questo è alla base dell’armonia che esso esprime.
Che cos’è un museo? è un modo di pensare, di vedere, e questa è un’architettura minima che però è essenziale ed è una cosa veramente interessante di vedere come con pochi mezzi si possa realizzare una cosa così fantastica, misteriosa.

D/A/C 12: PALERMO - RISO, Museo Arte Contemporanea della Sicilia

31 Maggio 2014, L’IMPRESA DELL’ARTE: Lorenzo Benedetti, Paolo Falcone, Giuseppe Forello, Massimiliano Fragalà, Giovanni Iovane, Valeria Livigni, Ferdinando Vicentini Orgnani, Mario Pieroni, Antonio Presti, Dora Stiefelmeier.

Estratto 12. incontro D/A/C

Buonasera a tutti, benvenuti. In occasione di questa mostra di Jannis Kounellis e Giovanni Anselmo abbiamo voluto lanciare a tutti i nostri amici e collaboratori un messaggio, una nuova programmazione, una nuova attività al Museo Riso. Insieme al nostro curatore Giovanni Iovane ed a Paolo Falcone si è pensato che le opere esistenti già al Museo, le opere di Kounellis ed Anselmo potessero avere un ulteriore approfondimento attraverso un’esposizione di altre opere che venivano messe in dialogo con quelle preesistenti e questo proprio per dare vitalità a quelle che sono le collezioni del Museo perché il nostro obiettivo è quello di rivitalizzarle, metterle in dialogo per far capire che il Museo non è qualcosa di statico, ma vuole essere qualcosa in costante innovazione. Approfondire queste opere e queste mostre che sono presenti nelle nostre collezioni è un avvio ed una ricerca su quella che è l’arte contemporanea e di come si rivolge al suo territorio. Vorrei che Giovanni Iovane spiegasse il senso di questa mostra, e soprattutto vorrei aprire un dibattito vivace con voi per interrogarci su come si fa un Museo, su quello che deve fare, come si deve attivare attraverso laboratori ed attività creative che sicuramente danno uno stimolo costante. Prima di aprire il dibattito passerei la parola a Giovanni Iovane che vi parlerà della  mostra che abbiamo presentato oggi.

Come accennava prima la Direttrice del Museo, Valeria Livigni, questo progetto che abbiamo intitolato Stanze, progetto realizzato e curato da me con la collaborazione di Paolo Falcone e con lo staff curatoriale del Museo che ringrazio per il prezioso aiuto.

L’idea di Stanze nasce dalla riflessione sull’identità attuale non solo del Museo Riso ma dei musei in genere. La domanda è cosa mostrare, come mostrare e perché mostrare. La collezione è ciò che dà la storia, la memoria del Museo, essa riflette la storia delle esposizioni passate, ma anche l’architettura del Museo entra in gioco. Questo primo progetto Stanze è partito da due artisti, come appunto Giovanni Anselmo e Jannis Kounellis, due artisti di grande levatura ed esperienza che hanno delle opere presenti nella collezione. Mentalmente e progettualmente abbiamo organizzato questa mostra attraverso una riflessione sul loro lavoro ma diventa anche un’appropriazione, sia pure transitoria attraverso l’esposizione – che dura fino a Novembre, – di Stanze che ricrea non un semplice accostamento di opere di un periodo piuttosto che di un altro. Le loro opere diventano una sorta di meccanismo che ricrea qualcosa di presente, di attuale. Rudi Fuchs, con il quale ho avuto il piacere di collaborare alcuni anni fa’ in un progetto a Gorizia, parlava di accumulazioni. Lui è stato uno dei più grandi direttori di Museo d’Europa e ha riflettuto in maniera determinante, significativa e concreta sul senso delle esposizioni, quindi non creando più, ad esempio, delle esposizioni cronologiche ma lavorando attraverso la collezione. In alcune delle sue mostre allo Stedelijk Museum di cui era direttore, dove l’artista interveniva addirittura anche disponendo e cambiando l’ordine della collezione del Museo. Non si tratta più quindi di una mostra tradizionale che accoglie temporaneamente le loro opere degli artisti , ma si crea qualcosa di differente. Il Museo da deposito di opere diventa un organismo attivo.

Il secondo piano che ospita la mostra qui a Palazzo Riso è particolare, con un restauro simpaticamente finito e non finito che però ha il suo fascino innegabile, e gli interventi degli artisti lo usano come dispositivo. Kounellis congiungendo due cicli di opere create a vent’anni di distanza formula una nuova proposta creando un’azione drammaturgica – esistenziale, un atto unico proprio a significare che quello che si presenta non è una scultura accanto ad un’altra scultura, ma un atto, un’azione, qualcosa di dinamico che rende presente l’opera e rinnova, accumula anche la propria memoria di  un’opera precedente. Quindi ci troviamo di fronte  a degli armadi sospesi che si rifanno al Barocco siciliano, agli angeli volanti siciliani, sotto ai quali, come una sorta di litania si dispiegano cavalletti di ferro che sostengono delle lastre a cui sono appesi dei capotti neri. A me fa venire in mente una processione. Questi cappotti che compaiono ormai da anni nell’esperienza artistica di Kounellis, sono la prefigurazione di un qualcosa di avvenuto, sono dei personaggi o piuttosto dei fantasmi con un loro peso proprio e drammatico.

Allo stesso modo nella collezione Riso di Giovanni Anselmo è presente l’opera che nella letteratura o nella storia dell’arte viene chiamato il funambolo. Anselmo racconta di essere diventato artista durante una visita a Stromboli – diventata poi la sua isola preferita – nel Agosto del 1965. In quell’occasione scendendo a mare all’alba si accorge di aver perso l’ombra che era stata come assorbita dal cielo stellato, quindi dall’infinito. Questa esperienza fissa la direzione simbolica del lavoro di Anselmo  da artista emergente. Anselmo è, per usare le parole di Rudi Fuchs, che vi citavo innanzi, uno dei pochi artisti che mette in gioco la pura fantasia; cioè quello che noi vediamo non ha nulla di rappresentativo, nulla di scenico ma presenta qualcosa che ha  a che fare sia con l’energia e la fantasia che con la realtà, la realtà elettromagnetica simboleggiata concretamente da un ago elettromagnetico. L’installazione presente in mostra è stata creata appositamente per Stanze, cioè nella galleria come si usava dire una volta. Il titolo di Anselmo Mentre la terra rallenta la luce focalizza… è parte dell’opera e si contrappone alla secchezza del Senza titolo di Kounellis. I due artisti sono uno il complemento dell’altro anche se poi la linea di sottofondo tra i due è la medesima, nascono tutti e due nel momento dell’arte povera e concettualmente ma anche fisicamente hanno lavorato sempre nella medesima direzione e con grandissimi risultati.

Anselmo crea una “fisicizzazione” con elementi concreti, reali, ma non realistici, legati all’universo,  alla quale Kounellis contro pone un’altro tipo di energia, frutto di una visione profondamente drammatica e antropocentrica. Quasi come se gli artisti si fossero parlati; in realtà è stato un dialogo a distanza reso possibile dalla loro grande esperienza artistica. Due posizioni  apparentemente opposte che però agiscono sulla medesima linea.  La metafora geografica di nord e sud che s’incontrano attraverso queste due installazioni  esprime più di tutte le parole il senso  di Stanze. Mi preme sottolineare che il progetto Stanze è un progetto che riguarda tutti i Musei perché riguarda la creazione di un nuovo dispositivo di mostra tout court.

Volevo aggiungere che al primo piano è possibile vedere, un video, un documentario realizzato da Ferdinando Vicentini Orgnani, che permette di osservare gli artisti al lavoro. Credo che riuscire a vedere un artista durante le fasi del suo lavoro sia un elemento eccezionale. Avere delle interviste realizzate all’interno dell’atelier e della casa dell’artista ci permette di fare un momento di riflessione importante per capire come nascono le opere.

Passerei la parola a Paolo Falcone che ha individuato lo spazio della Cappella dell’Incoronazione dove ha collocato  un’opera di Johnatan Monk,  che fa parte di una serie di opere dell’artista come vi spiegherà Paolo.

Questo Museo nasce anche come una collezione specifica che ha voluto mettere in risalto il rapporto imprescindibile tra gli artisti e la Sicilia. Il Museo regionale diventa una casa naturale dove evidenziare tale rapporto. Oggi il Museo Riso ha quella funzione, sta diventando il luogo di raccolta e di memoria di quello che è stato prodotto negli ultimi cinquanta, sessant’anni in questo territorio.
Un giorno andando in ufficio mi sono affacciato dalla Cappella dell’Incoronazione e vedendo questo bellissimo spazio, mi è venuto quasi naturale pensare di invitare Johnatan Monk con un suo lavoro molto secco e preciso; volevo esporre un suo busto autoritratto come un rimando al progetto principale che si stava facendo al Museo Riso. Johnatan Monk è un artista delle nuove generazioni molto affermato e rappresentativo della ricerca inglese negli ultimi vent’anni. Ha sempre guardato l’arte storica che lo circonda per trarne spunto e trasformare elementi del passatoi in nuove opere. La serie di cui fa parte l’opera qui presente fa riferimento all’Arte minimale e concettuale e all’Arte Povera. Si tratta di busti nei quali l’artista si ritrae, busti squisitamente greco-romani, rubando un’immagine che si vede spesso nel nostro panorama nazionale con centinaia di sculture nei parchi e giardini che raffigurano grandi personaggi, sculture che spesso sono menomati nel naso. Monk ha chiesto ad alcuni famosi artisti contemporanei di intervenire sulle sue copie di busti classici colpendo il naso con un colpetto di martello. Si tratta di un gesto assolutamente non violento o vandalico.

Vorrei fare un ringraziamento particolare a Zerynthia che ha collaborato al progetto. Collaborazione al progetto non significa solo sostenerlo economicamente quando ce n’è bisogno, ma significa collaborare a costruirlo dal punto di vista culturale, nel senso dell’appoggio e sostegno nel rapporto con gli artisti. Zerynthia inoltre da tempo organizza e trasmette sulla sua radio web RAMLive degli incontri tra due mondi fino ad oggi in Italia abbastanza distanti, cioè il mondo dell’impresa e quello dell’arte. Questi incontri DAC – che sta per Denominazione Artistica Condivisa – sono arrivati alla dodicesima edizione. In un mondo investito dalla crisi c’è una grande necessità di dialogo e di una capacità di sconfinare. Oggi qui è presente il neo direttore della De Appel Foundation di Amsterdam, Lorenzo Benedetti, che ha partecipato ad altre edizioni di DAC che insieme a Dora Stiefelmeier interverrà per mettere a confronto alcuni imprenditori con il nostro mondo. E’ presente anche Antonio Presti che più che imprenditore, usando una formula antica, potremmo chiamare un mecenate anche se questo termine è riduttivo. Antonio ha creato quella che si può chiamare impresa dell’arte. Lui è veramente un modello per le generazioni future.
L’incontro DAC, invece, rappresenta un incontro più pratico, mirato a creare una nuova dimensione ed attenzione su quelli che sono gli aspetti di realizzazione di mostre di cui il Museo, in questo caso entra come uno degli attori ma non come il destinatario finale. Passo la parola a Dora.

Tu hai già fatto l’introduzione quindi posso parlare di altro. Perché abbiamo proposto un DAC a Palermo? Vorrei un po’ spaziare. A ridosso della creazione dell’Unione Europea ed al Trattato di Roma negli anni 50′, un allora giovane architetto ungherese, Yona Friedman, si era presentato all’Unesco per proporre un suo grande progetto culturale. Premettendo che a suo avviso fare un’Europa delle Nazioni era un errore enorme. egli proponeva di creare un’ unica grande Metropoli – Métropole Europe – le cui stazioni si dovevano chiamare Parigi, Londra, Amsterdam, Madrid, Roma, con un centro tecnico a Bruxelles. Chiaramente fu più o meno cacciato perché ritenuto pazzo. E’ ovvio che allora si trattava di un’utopia, ma con il tempo quel progetto è diventato assai più concreto. Sicuramente la sua visione era lungimirante.

Tornando a Palermo, ci piace immaginarla come una stazione di Métropole Europe. Perché? Sono personalmente molto impressionata, oltre che dalle molte bellezze che vedo in questa città , dalla presenza che avverto di un profondo sapere dei sapori e degli odori, un sapere diffuso che trovi ovunque. Credo che sia una cosa molto preziosa che una volta era condivisa con il Medio Oriente, penso soprattutto alla Siria ormai totalmente distrutta. Palermo oggi può assumere un ruolo molto importante di difesa e di applicazione di questa conoscenza soprattutto in un mondo globale che, come sappiamo, sta livellando i sapori. Noi abbiamo pensato che era un tema interessante da proporre agli amici palermitani. Il nostro ovviamente è un discorso parallelo che può solamente dare degli spunti. Sappiamo che chi sta nell’economia corre dei rischi, ha bisogno di riscontri economici immediati, mentre chi sta dalla parte dell’arte ha la facoltà di proporre strade alternative, può ribaltare le prospettive. Noi siamo convinti che mettere allo stesso tavolo le due categorie possa arricchire e migliorare la situazione attuale che come sappiamo è soggetta a fenomeni di ingente crisi.

DAC non è un’organizzazione strutturata; noi lo chiamiamo un club mobile. Si tratta di un discorso che è cominciato a Roma circa due anni fa e che ha già alle spalle un consistente percorso tra Italia, Francia e Olanda mettendo insieme protagonisti dei due mondi che in gran parte hanno continuato a rimanere in relazione. Accanto a me c’è Lorenzo Benedetti, neo direttore della De Appel Foundation e già da alcuni anni direttore della Vleeshall di Middelburg dove ha organizzato ben tre riunioni di DAC ai quali si è aggiunto anche un DAC all’ultima Biennale di Venezia in concomitanza con l’apertura del Padiglione d’Olanda da lui diretto. Abbiamo pensato che la sua presenza qui fosse preziosa per il Museo Riso perché a Middelburg gli incontri DAC sono stati proficui proprio per la Vleeshall – la  Kunsthalle della città – in quanto Lorenzo è riuscito a coinvolgere persone nuove intorno al Museo che sono persino entrate nel suo board dando un supporto concreto.

L’esperienza di DAC è fondamentale anche in relazione ad un tema centrale che è quello del contemporaneo. Cos’è il contemporaneo, come può valere l’arte all’interno di una dimensione temporale? La serie di incontri fatti a Middelburg ha messo insieme delle realtà che congiungevano l’arte a delle situazioni d’impresa e con delle coincidenze abbastanza interessanti e questo è uno degli aspetti più forti e dominanti che poi ha creato questa Tavola Rotonda DAC. Due anni fa, per esempio, quando sono stato incaricato a dirigere il Padiglione Olandese alla Biennale di Venezia, un’industria di Acciaio di Middelburg –  la città di quarantacinquemila abitanti dove ha  sede la Vleeshal – e che ha come partner una delle sedi italiane di Permasteelisa, una delle più grandi aziende al mondo nella costruzione di architetture, ha fatto si che ci venisse dato un Palazzo sul Canal Grande per realizzare un incontro DAC. La cosa più importante di questo incontro è l’idea che l’arte può essere sviluppata sull’idea di potenzialità.
Il contemporaneo in realtà è uno sviluppo creativo che può mettere insieme o congiungere diverse realtà. Credo che quello che accade oggi qui è molto importante, un passo che mostra che è possibile fare dei grandi interventi. Ovviamente ci troviamo di fronte anche a dei guru storici, a dei grandi artisti che hanno segnato  il contemporaneo a livello storico. Quello che ci interessa del contemporaneo è soprattutto il processo capace di produrre la storia. Il contemporaneo non conserva la storia, non la promuove, ma la produce e ciò è fondamentale. Chi lavora nel contemporaneo mette insieme realtà diverse congiungendo i mondi dell’arte e dell’impresa per  produrre qualcosa che poi rimanga nella storia. Per questo motivo credo che anche una città come Palermo sia perfetta per questo dialogo tra una storia ed un’idea di contemporaneo che vuole guardare appunto al futuro.

Credo che sia ora di dare la parola ad un palermitano e vorrei che Massimiliano Fragalà parlasse della sua attività che a me  interessa molto. Mediare tra la necessità di restauro nei centri storici e la volontà di dare visibilità a delle attività produttive  è già di per se un’operazione DAC.

L’arte è una rappresentazione della vita e qualunque forma di arte ha un significato per tutti noi. Finanziare l’arte attraverso le imprese, attraverso l’economia è una cosa sana. L’economia si è spesso interessata di arte, ma finora non è mai entrata in modo incisivo e diretto sulle ristrutturazioni e i restauri dei Palazzi storici. In questo  momento di crisi pesante in tutti i settori e di  carenza di fondi pubblici c’è questa possibilità: ristrutturare, finanziare le ristrutturazioni, che possono essere monumentali piuttosto che artistiche attraverso le imprese che così facendo  contribuiscono alla ripresa di un paese. E’ un peccato perdere un patrimonio culturale ed artistico che ha segnato la nostra tradizione. Sono un mediatore, non un imprenditore, ma ne conosco tanti che oggi si stanno adoperando affinché si possa riparare il nostro enorme patrimonio artistico ed architettonico.

Darei la parola ad Antonio Presti che è un esempio fattivo del rapporto tra impresa e arte e chi più di lui come siciliano ce ne  può parlare?

Penso che quando parliamo di contemporaneità dobbiamo parlare di questo attimo e possibilmente anche di vent’anni in avanti. Questa contemporaneità purtroppo si perde anche come esperienze di vita.
La mia storia nasce nel 1988. Da giovane ho iniziato a frequentare il sistema dell’arte e potevo   semplicemente diventare un collezionista che compra tenendo presente anche i vantaggi fiscali.  Sono diventato un collezionista-imprenditore che dell’impresa dell’arte ha fatto un’impresa di vita. Il denaro non è mai al servizio della bellezza, lo dico da imprenditore e lo dico anche assumendomi la responsabilità di una classe imprenditoriale che in questi cinquant’anni non ha certamente realizzato bellezze nel nostro territorio nazionale. L’arte rispetto alla propria contemporaneità non si riassume mai soltanto in una mostra, un catalogo. L’arte deve cercare anche un rapporto con la società, una società che cambia, che chiede in nome di una necessità. In questo momento c’è  la necessità di restituire a una giovane generazione – più che la forma e gli oggetti – il pensiero. Dobbiamo educare un nuovo pubblico che forse non conosce neanche il nostro paradigma di che cos’è l’espressione artistica. Noi che siamo qui questa sera in gran parte apparteniamo alla medesima generazione. Ai ragazzi di vent’anni, agli studenti  dobbiamo riproporre forme, sculture, quadri, luoghi, musei, ce ne dobbiamo assumere la responsabilità.
Negli ultimi dieci anni in Italia sono stati aperti grandi musei d’arte contemporanea e hanno   chiamato gli archistar a creare grandi contenitori. Oggi, in un momento non solo di crisi economica, ma anche di crisi del pensiero questi contenitori senza contenuto stanno chiudendo perché non c’è un pensiero di contemporaneità, perché non c’è un pubblico che si accosti a questi luoghi che sono anche figli del nulla, figli della nostra generazione ormai datata. Se parliamo di Anselmo e di Kounellis non siamo contemporanei, ossia, siamo contemporanei in un altro modo, ad un altro livello,  e per un’altra necessità della società.
In tutto quello che è avvenuto c’è anche la responsabilità dell’imprenditore. In questo paese abbiamo avuto una classe imprenditoriale predatrice che ha scelto di diseredare lo Stato e di non restituire mai niente. Perché gli imprenditori, anche con la responsabilità degli architetti, hanno devastato le città contemporanee con architetture spesso inguardabili senza mai creare un giardino, un arredo urbano. Ecco, l’arte forse deve ritornare in mezzo alla gente, alle società. L’arte deve fare un’altra politica, non deve essere schiava della politica e del potere di turno. L’altra politica, quella  della bellezza significa parlare al cuore della gente e restituirgli l’animo. Questo per me è l’impegno.  A Catania non ho voluto creare  un altro  museo di arte contemporanea a forma di  scatola, me ne sono andato in periferia a lavorare con i ragazzi che attraverso la prassi artistica hanno acquisito un  diritto di cittadinanza. A prescindere dal valore estetico di questa prassi  c’è stato  un lavoro di segno, di futuro, di condivisione.
Anche qui a Palermo mi ero impegnato ed ho lottato per sette anni per la rinascita del fiume Oreto, un fiume abbandonato. Così facendo  l’arte ritorna al suo senso politico-civile.
Gli imprenditori non dovrebbero fare soltanto case e palazzi e qualche opera pubblica aggiuntiva con quella legge scellerata, disonesta e bandita del due percento. C’è da sparare al legislatore perché questo due per cento non ha creato niente nel nostro territorio nazionale.
L’imprenditore deve guardare meno alla tasca e pensare di più al cuore e quando, ad esempio, costruisce un bel palazzo in via della Libertà oltre all’architetto deve chiamare un grande artista. Solo così possiamo restituire a questa contemporaneità non più sculture, opere autoreferenziali, ma opere che ritornano a stabilire un dialogo con la propria città. Questo è il percorso che ho fatto alla Fiumara d’ Arte, a Castel di Lucio. Potevo anche lì scegliere di fare un museo di arte contemporanea in un bel palazzo   per poi  avere  alle inaugurazioni  sempre le stesse persone. Ho scelto invece di creare un contenitore sotto forma di albergo che ancora oggi  in termini di arte contemporanea fornisce un’educazione al pubblico che passa dai primi stati emozionali man mano alla conoscenza dell’arte.
Questi incontri forse servono a dare una spinta ai  giovani imprenditori che sono attratti dall’arte contemporanea, una razza rara, ma preziosa che va protetta come il panda. Forse dovremmo spogliarci della conoscenza dell’arte del passato e con questi giovani imprenditori guardare il futuro. Non c’entra la disponibilità dei soldi o non è sufficiente, ci vuole un’intelligenza collegata al cuore. Solo così riusciamo a manifestare bellezza, soprattutto in questo momento. Dobbiamo soltanto consegnare conoscenza e la conoscenza è la potenza maggiore che abbiamo a disposizione.  Questo è il nostro  potere, questo è il nostro lavoro e questo deve fare l’arte.

Antonio Presti ha detto una cosa molto bella che è stata affermata nel primo tavolo  DAC a Roma. In quella occasione un grande industriale, Ovidio Jacorossi,  ha detto: “Sono quasi commosso nel poter stare con artisti e curatori intorno allo stesso tavolo e dialogare.  Perché  l’arte  è il mio pane quotidiano e influisce moltissimo sulla mia attività.  Non posso  non ispirarmi all’arte, ne ho proprio bisogno, senza l’arte mi areno anche se l’arte non c’entra direttamente con la mia attività.”  Infatti Jacorossi si occupa di petrolio.  Egli ha poi raccontato che, a suo tempo, aveva anche creato una collezione di arte contemporanea nell’azienda affermando però che questo già rispecchia una forma superata di rapporto tra azienda e arte. “Ho capito che quando un imprenditore considera l’arte, nella sua azienda l’uomo sta al centro.” Penso che questo sia un argomento che possa interessare  imprenditori di qualsiasi categoria.
Vorrei che Ferdinando Vicentini Orgnani che viene dal mondo del cinema intervenisse in questo dibattito. Anche lui a un certo momento è stato contagiato dal virus dell’arte e mi sembra  che in un  certo senso la sua attività ne sia stata coinvolta.

Il mio casuale ingresso nel mondo dell’arte avviene, grazie all’amicizia con Mario e Dora, circa dieci anni fa e per me è stato un privilegio. Ho avuto l’occasione di stare vicino ad alcuni artisti, non necessariamente comprendendo le coordinate dei loro lavori come le potrebbe captare un curatore o un critico dell’arte. Capivo però che gli artisti erano avanti, che avevano delle intuizioni  che io poi  ho cercato  di rendere e di  tradurre quando  ho iniziato a produrre questi piccoli film di backstage su singoli artisti.
La rielaborazione di quello che io capivo portava anche qualcosa, un plus valore,  nel resto del mio lavoro, nel modo di scrittura, nelle modalità di produzione. Ho cercato ad esempio di inserire in film “normali” delle opere d’arte. Nell’ultimo film che ho realizzato, Vino dentro, ho predisposto una intera scena all’interno di una scultura di Fausto Melotti, al Museo di Rovereto. Questa scultura rende la scena assolutamente straordinaria e unica. Non c’è una spiegazione razionale, ma si avverte che è così.
Il tema del rapporto tra arte ed impresa che stiamo dibattendo mi sembra fondamentale. Chi può attingere all’arte può effettivamente  fare la differenza. Io creo la mia piccola differenza nel senso che documento, raccolgo del materiale prezioso, rubo dei momenti che poi restituisco al mio pubblico. Il problema è come convincere un imprenditore  di quello che l’arte gli può dare. E’ fondamentale trovare delle occasioni per creare un dubbio, aprire una porta a chi ne resta lontano, a volte per incomprensione, a volte per mancanza di tempo e o perché magari gli piacciono altre cose. Come far capire la fascinazione dell’arte, il suo mistero? È chiaro che c’è un grosso lavoro da fare. Queste iniziative servono a dare il la a tutto questo.

Mi sembra importante accennare anche all’importanza del rapporto tra privato e pubblico, dimostrato ampiamente dalla storia di molti  musei di arte moderna e contemporanea nel mondo. Nella maggior parte dei casi si tratta di combinazioni con  Associazioni private o Fondazioni –  legate spesso ad università – che hanno investito nell’arte contemporanea perché  rappresentava il nuovo. Negli Stati Uniti sopratutto, pensiamo al Guggenheim, al MOMA, al Getty. Ma anche in Olanda dove comunque c’è un forte impegno pubblico per l’arte, ma dove  la maggior parte dei Musei hanno un origine privato,  come ad esempio il Van Abbemuseum di Eindhoven, il Kroeller Mueller Museum di Otterlo, il Beuymans van Beuningen di Rotterdam… Sono Musei che sono stati donati allo Stato o che, in alcuni casi, lo Stato  ha acquistato.  A volte, come in Francia, parte anche dal pubblico, pensiamo ai FRAC che sono stati dei veri centri di azione nelle Regioni, spesso anche  in zone prettamente industriali, lontani dal mondo dell’arte. Pensiamo poi ai Kunstverein in Germania. Il rapporto con il territorio è fondamentale e questo è comprovato da molte politiche culturali in Europa. Il Museo diventa un luogo di distribuzione della conoscenza, un luogo di produzione di emozioni. Il museo crea forme di cultura condivisa. In Italia abbiamo il fenomeno dell’emigrazione dei giovani artisti all’estero perché trovano altronde strutture più  aperte ed efficienti. C’è molto da recuperare, magari creando ponti con altri paesi europei. Vorrei a questo  proposito  tornare su la Métropole Europe di Yona Friedman dove l’Europa viene vista come un unica città. C’è infatti rispetto ad altri continenti questa dimensione unica dell’Europa, la concentrazione  in poco spazio di culture molto diverse che crea enormi possibilità.

Vorrei dire che queste discussioni, questi tavoli che facciamo non hanno mai un obiettivo concreto o mirato, perché non stiamo mai  chiedendo soldi e tanto meno la carità. Vogliamo creare dialoghi. Però ciò nonostante alcune cose sono nate. Vi voglio parlare di una bellissima impresa che tra l’altro coinvolge Yona Friedman e Jean Baptiste Decavèle. Attraverso i nostri tavoli si sono incontrati con la Ditta Felluga, produttori di ottimi vini. Nel mese di luglio di quest’anno inizierà la costruzione di un Museo della Vigna nei terreni dei Felluga nel Friuli. Questo progetto sarà basato su delle iconostasi – elementi cardine della ricerca artistica di Friedman – che formeranno un museo-labirinto dove far crescere nuove  vigne.  Il frutto tra alcuni anni sarà un nuovo vino dal nome Balkis, che fu il nome del famoso ed adorato cane di Yona. Tutto questo è un risultato degli incontri DAC. Un altro caso è quello avvenuto in seguito a un Tavolo a Parigi, organizzato da Fabrice Hyber, un artista da sempre molto presente all’interno del discorso DAC. Fabrice ha incontrato  un esponente di una Ditta tessile italiana in fallimento dove però era rimasto una grossa scorta di stoffe di arredamento. Fabrice era molto incuriosito perché Roberto Crivellini, l’ex-amministratore, gli aveva anche parlato di una tradizione dei contadini della Venezia Giulia che si cucivano le loro scarpe con gomme da bicicletta per le suole e stoffe di scarto. Era una tipica produzione povera che Fabrice ha trasformato in un  progetto  di chaussure unique, scarpe per un  piede solo usando   le rimanenze delle stoffe della Ditta. La produzione è partita e rispecchia ovviamente l’immaginario di Hyber, ma è anche un prodotto DAC con possibilità di buon esito.  Un primo risultato:  è scomparso lo  stato di  depressione del  ex-proprietario.

Il Museo non è  solo un luogo di esposizione, è anche e sprottutto un luogo di incontro.  Ringrazio il Museo Riso per averci dato la possibilità di poter realizzare questo incontro. Poter dialogare tra entità diverse crea qualcosa. Non ha importanza se siamo d’accordo su tutto, l’importante è essere intorno ad un tavolo che non è quello di un bar, ma quello di un Museo. Siamo in un luogo dentro l’arte, il Museo ha una  sua statura, è un po’ come una chiesa laica. Stando qui tutti dobbiamo dare attenzione e rispettare l’opera degli artisti  che in questo momento espongono. Parliamo a voce bassa, ma siamo fieri di esserci. Vorrei riportare l’attenzione su un fatto cruciale: è l’artista che dà le idee, è lui  il vero sponsor. Ma c’è sempre questa realtà economica che ci pesa, non ne parli, ma ti pesa. Ma il vero  problema non è l’economia, giustamente Antonio Presti lo puntualizzava,  soprattutto non lo è in Italia. Qui abbiamo sempre amato l’arte. Vengo da una famiglia di imprenditori e  quando ero giovane non mi sono  occupato di arte, ne essa aveva particolare peso per la mia famiglia. Eppure qualcosa in me è scattato. C’è stato una prima vicinanza con un artista,  poi ne ho  incontrato un altro e un altro ancora.  Così mi sono incuriosito e ho finito per cambiare  la mia vita, ho lasciato il luogo dove ero cresciuto. Ma è stato una mia scelta.  Mi auguro che altri possano  cambiare la propria vita. Il bello dell’arte è che ti da la fierezza di vivere.

Con il racconto della sua storia Mario Pieroni ha restituito aristocrazia non nobiliare ma intellettuale alla vita per l’arte. Vorrei concludere questo incontro dicendo che come osservatore esterno ho visto posizioni a volte apparentemente conflittuali riguardo al Museo Riso, tutte ovviamente interessanti e a loro modo complementari. Rispetto all’esperienza di Antonio Presti qui ovviamente  prevale la parte  istituzionale. Ma è importante che si stabilisca un dialogo che possa far nascere un interesse condiviso in cui le realtà differenti vengono a contatto e seminano qualcosa che nascerà magari nei prossimi vent’anni.

D/A/C 11: VENEZIA - BIENNALE 2013

30 maggio 2013, partecipanti: Gianfranco Baruchello, Roberto Crivellini, Andrea Dapretto, Jean-Baptiste Decavèle, Nico Dockx, Maria Candida Gentile, Fabrice Hyber, Annie Ratti, Bert van de Linde, Luca Vitone, Marcello Zaccagnini.

Estratto 11. incontro D/A/C, Biennale di Venezia,

Questo è l’undicesimo incontro DAC.

DAC è un progetto che la maggior parte di voi conosce. Lo scopo principale è di organizzare momenti come questo dove produttori ed artisti si incontrano intorno a un tavolo. Oggi abbiamo un tavolo molto speciale, un progetto di Yona Friedman, Jean-Baptiste Décavèle e Nico Dockx. Stiamo infatti seduti intorno a delle scatole di cartone che sono un’opera d’arte.
Prima di Tutto vorrei ringraziare il nostro ospite, Bert Van de Linde, direttore tecnico di Permasteelisa che è sponsor del Padiglione Olandese alla Biennale curato da Lorenzo Benedetti.
Questo incontro che Bert e Lorenzo hanno reso possibile è abbastanza importante  perché abbiamo già fatto 10 appuntamenti per trovare un metodo DAC, per definire uno spirito DAC e per vedere come  produttori ed artisti possono realmente collaborare. Adesso partiamo con un secondo livello. Abbiamo qui dei produttori che già hanno sviluppato dei progetti con artisti e/o architetti  dandoci degli esempi di come questi  due mondi possono dialogare e possono creare nuove strade per concepire sia il prodotto che l’azienda. Nello stesso momento abbiamo un nuovo territorio per l’arte.

Benvenuti qui nella sede di Permasteelisa. Abbiamo l’onore di usare Palazzo Giustinian Lollin per un certo numero di incontri. La prima cosa che vorrei precisare è che si porta l’arte nella produzione questo dovrebbe essere interessante anche in termini di affari. Forse per un piccolo imprenditore questo può essere più facile rispetto ad un imprenditore importante. Ma parlando in termini generali, credo che dobbiamo dimenticare che gli imprenditori si possano precipitare a collaborare con l’arte. Certamente, se un imprenditore inizia qualcosa vorrebbe vederlo finito. Probabilmente molte imprese non disprezzerebbero di essere coinvolte in un progetto, ma semplicemente non vedono come si possa fare. L’industria può dare all’arte qualche servizio in termini di materiale e di conoscenza. Ma il problema è come mettere insieme le cose.

Penso che quello che lei dice è molto vicino a quanto afferma Mario Pieroni quando dice che è difficile far parlare insieme artisti e produttori se non c’è una mediazione, se non c’è un filtro. Il produttore deve sentirsi garantito.
L’intermediazione di operatori ed esperti dell’arte contemporanea nel rapporto tra imprenditore ed artista è inoltre fondamentale per aiutare l’imprenditore ad assumere il giusto approccio. Parlando di prodotto è facile che ci si soffermi sulla parte prettamente estetica e visiva, al concetto di bello e gradevole, che non sono da escludere, l’artista grazie al suo intervento va più in profondità reinventando l’idea del prodotto stesso e intervenendo a diversi livelli dell’organizzazione e delle dinamiche relazionali legate all’impresa.

Per DAC la mediazione è fondamentale. Due mentalità totalmente diverse si incontrano. C’è bisogno di una traduzione. Per realizzare un progetto ci vuole continuità. Non basta incontrarsi una volta, le cose non sono così semplici. Per poter realizzare un progetto qualcuno deve poter dare delle garanzie sia su un fronte che sull’altro.

Per me l’incontro di Middelburg era una pura coincidenza, era un incontro tra amici che iniziava in una caffetteria. Era molto piacevole essere in quell’ambiente. Da allora ho spesso pensato a quello che intendiamo quando diciamo di voler stimolare una cooperazione tra l’industria e il mondo dell’arte. Personalmente trovo molto difficile dare a questo discorso una struttura e pensare come si possa sviluppare. Non ho una soluzione in merito. L’unica cosa che posso dire è che in un mondo con una economia che cambia  e dove ci sono sempre meno mezzi, i governi provano sempre a scaricare qualche responsabilità sulle spalle degli imprenditori. In tempi di prosperità questo non serve, in tempi duri probabilmente non funziona. Personalmente penso che il ruolo dei governi dovrebbe essere minore.
Una cosa importante da fare è che bisognerebbe creare più rapporti reciproci. In tutti i precedenti incontri di DAC si è parlato più di arte che di produzione. Come produttore sento che non c’è equilibrio tra le due parti. Una discussione a doppio senso sarebbe più interessante e positiva.

Da molto tempo sostengo l’arte. Sia come persona privata e collezionista che come Fondazione. In molte occasioni mi sono resa strumentale alla produzione di opere d’arte, alla Biennale di Sydney, alla Documenta ed a questa Biennale di Venezia. Ho un pensiero molto positivo riguardo a queste collaborazioni. Il mio atteggiamento è stato di totale fiducia verso gli artisti e le loro visioni. Mio marito ed io siamo stati molto fortunati ad incontrare artisti validi. Il rapporto che si stabilisce tra un artista e un produttore è molto delicato e difficile. Come diceva Mario, è molto importante che qualcuno possa mediare. Fare progetti collaborando insieme è positivo per tutte le parti. Io ho visto molti risultati buoni e non posso che incoraggiare questi processi. Soprattutto in Italia dobbiamo prenderci delle responsabilità maggiori. C’è molto da fare anche per i giovani artisti.

Restando in tema Biennale qui con noi abbiamo Luca Vitone e Maria Candida Gentile che hanno collaborato insieme a un progetto per il Padiglione Italia

Sono stato invitato qui perché insieme a Maria Candida Gentile ho prodotto un’opera d’arte ma non credo che questo sia un esempio di ciò di cui stiamo parlando qui. Il nostro modo di lavorare è stato molto semplice e classico. L’idea del mio progetto alla Biennale riguarda “l’odore”, un tipo di profumo. Per essere in grado di fare questo progetto ha dovuto collaborare con “un naso”. Grazie alla mia Galleria ho incontrato Maria Candida Gentile ed insieme a lei abbiamo iniziato a lavorare, una normale collaborazione che è stata pagata. Il profumo finale è stato diffuso nello spazio. Si può andare ed odorare. Dietro l’odore c’è una storia, la polvere proviene dall’eternità. Questa era la mia idea. Abbiamo avuto un supporto economico che ci ha permesso di fare la ricerca. Tutti gli artisti del Padiglione Italia sono stati supportati dai privati. Ognuno di noi ha potuto produrre un nuovo lavoro.
In termini di ‘sistema cultura’ in Italia esiste una situazione diversa rispetto a quella degli altri paesi europei. Il sostegno pubblico è debole. Ora con la partecipazione dei privati assistiamo ad un cambio nel modo di affrontare le cose. Questo è particolarmente  importante in tempo di crisi economica.

Maria  Candida Gentile, lei è un producer in qualche modo perché produce una sua linea. Partendo dall’essere un ‘naso d’eccellenza’ poi applica i risultati ad un prodotto. La collaborazione con Luca Vitone le ha dato stimoli e nuove idee per il suo lavoro?

Io sono un ‘naso’ e mi occupo  esclusivamente  di profumeria artistica, non lavoro per quella commerciale e chimica. Per la mia ricerca utilizzo materie prime particolari e naturali. Di solito il mio campo di applicazione è la profumeria, però in alcuni casi tocco anche il campo della psicologia dell’olfatto e la cura di persone malate. La ricerca che ho fatto per Luca per me  è stato un terreno nuovo. Attraverso l’uso di tutte le molecole che io conosco – ne conosco più di quattro mila – ho interpretato il suo desiderio fornendo quelle sfumature amare che Luca mi aveva chieste.

Nelle ultime settimane sono stato molto impegnato con la mia doppia presenza alla Biennale, la mostra di Gioni ed il Padiglione Italia. Piuttosto che parlare vorrei invitarvi a vedere le mie installazioni. Nella seconda postazione ho creato un laboratorio riguardante le possibilità del corpo, facendo una ricerca che avevo già intrapreso in passato. Il mio intento è dare una chiave che permetta allo spettatore di inventare o modificare la realtà. Così seguendo la mia idea ed il meccanismo ho creato, si possono scegliere i materiali con cui realizzare un determinato progetto ed allo stesso tempo si può anche sognare e  sfidare la realtà. La mia ricerca si basa sul possibile. Tutto è collegato a questa questione. Si può usare il cervello, immaginare, fare progetti e e si può sognare. Le due cose sono in contraddizione ma sono l’una accanto all’altra.

Come figlia di un imprenditore ho una duplice posizione. Quando ero giovane ho visto mio padre dedicare molto tempo, energia ed attenzione all’arte ed alla cultura. Non era un’attività separata da quello che faceva in fabbrica, era integrante. Ci sono stati molti seminari, forum artistici, spettacoli ed anche mostre. Più tardi lui ha creato una Fondazione. Ho scelto di essere un’artista ed ho lavorato tutta la mia vita come artista. Nove, dieci anni fa sono entrata in Fondazione ed organizzo seminari per giovani artisti  invitati a mettere insieme le loro idee. Durante tutto il tempo in cui risiedono lì, lavora che li può stimolare. Analizzano idee e opere d’arte ed alla fine insieme producono una mostra.

Come artista amo produrre. Credo che come artista puoi portare qualcosa all’impresa. Non è un semplice scambio dove il produttore dà i soldi e l’artista fa’ gli oggetti. Il punto è lavorare insieme ad un progetto. Ci sono molte somiglianze ma credo anche le complementarietà che sono buone, è uno scambio basato su delle differenze.

Ad esempio, personalmente ho prodotto molti libri,  ho lavorato per quindici anni con i libri ed ho imparato molto dallo stampatore. La collaborazione mi ha dato un feedback fare altri libri ed allo stesso tempo lo stampatore riceve nuovi suggerimenti per il suo processo di lavoro. E’ uno scambio tra me ed il tipografo, l’artista e l’impresa.

Oggi abbiamo qui con noi un altro produttore che sta sviluppando una nuova produzione. Per questo motivo lui ha voluto incontrare Fabrice Hyber che sa molto molto bene di cosa stiamo parlando. Nel 1999 Fabrice ha aperto una sua impresa,  U.R. (Unlimited Responsability), e poco tempo dopo, insieme a  Zerynthia, Fondazione Pistoletto, Dena Foundation, etc. Woolways, un organismo basato sullo scambio tra produttori, artisti ed Istituzioni pubbliche.

Per più di venti anni ho lavorato con le imprese e con i produttori. Ad un certo punto ho avuto bisogno di materiale e di soldi per realizzare un progetto che consisteva nella creazione del più grande sapone del mondo. Il governo francese alla fine degli anni Novanta era in una situazione economica critica. Sempre meno denaro era disponibile per la cultura. Così ho deciso di mettermi in contatto direttamente con il produttore. Per quanto riguarda il progetto del sapone ho fatto un sforzo, la società di Marsiglia ne ha fatto un altro ed i due sforzi insieme hanno creato un opera d’arte. Oggi il mio lavoro è per lo più rivolto  alla sperimentazione teorica. In questo momento sono coinvolto nella creazione di una scuola per artisti. Il mio scopo è insegnare loro come trovare i produttori e come realizzare un progetto insieme con i produttori. Per questo sto cercando di trovare più legami con i produttori, non solo con la finalità di creare degli oggetti ma anche per trovare idee e possibilità nuove. Sicuramente farò un progetto con Roberto Crivellini, è bello iniziare qualcosa di nuovo.

Sono qui per via della crisi e per una serie di motivi personali che ci hanno fatto  trovare qui insieme. Per molti anni mi sono occupato di tessuti. Tra il 2008-2009 nella nostra Azienda avevamo capito che le cose erano cambiate completamente. Non c’era più abbastanza domanda  per i nostri prodotti tessili ad uso domestico. Oggi i clienti si sono spostati su prodotti diversi legati al nuovo stile di vita. La mia nuova storia ha origine nella mia infanzia. I miei genitori avevano uno spaccio, quel tipo di negozio dove puoi trovare di tutto. C’erano anche delle scarpette fatte dai miei compaesani del Friuli, realizzate con  materiale riciclato: vecchie gomme da bicicletta e borse di iuta per creare la forma delle scarpe e qualunque stoffa loro trovavano a casa per coprire la parte alta. Queste scarpe venivano usate per lavorare nei campi e più tardi anche come pantofole. Le ho indossate per tutta la vita. Oggi queste scarpe per me stanno diventando un business. Come collezionista sono stato vicino all’arte. Questo fatto mi ha spinto a cercare una collaborazione con gli artisti. Sono molto felice che Fabrice abbia risposto al mio invito. Alla fine la crisi è stata di buon aiuto.

Mi piace quando gli artisti parlano di crisi. La crisi è un momento per definire le cose. La crisi di oggi è mondiale, non è solo economica ma tocca anche il sistema dell’arte. Penso che, quando Mario e Dora, che avevano una delle più consolidate gallerie a Roma, anni fa’ hanno deciso di chiudere questa galleria ed aprire una fondazione, loro hanno pensato che ormai il vecchio sistema fosse obsoleto. La galleria sembrava non essere sempre il contenitore giusto per produrre ed esporre arte. Lo stesso problema oggi esiste con le Biennali ed anche con Documenta. Sono ancora dei buoni contenitori? Non lo so, le cose stanno cambiando in modo abbastanza caotico. Creare una continuità con quello che è stato fatto prima nel mondo dell’arte è piuttosto difficile.
Oggi abbiamo bisogno di stabilire una comunicazione diretta tra il privato, cioè i produttori e l’arte. Il rapporto si rivela positivo per tutti coloro che sono coinvolti. Dobbiamo aprire delle finestre. Una fondazione è un luogo dove si produce cultura e la collaborazione con gli artisti non è difficile, per un’impresa la situazione è diversa. Per l’impresa non si tratta   solo di immagine ne per l’arte semplicemente di fondi. La questione è di far entrare l’arte nel processo di  produzione lavorando insieme. Questo può produrre un vero cambiamento.

A me pare che ci siano due questioni e forse è bene essere molto chiari in questo senso. Una questione è quella della democratizzazione dell’arte e l’altra è quella della produzione artistica. Non è detto che le due cose debbano andare per forza insieme perché, se le cose si forzano affinché vadano insieme, ricreiamo una sorta di utopia negativa che è stata caratteristica di tutte le dittature. Questo deve essere molto chiaro, l’arte non è al servizio della democrazia, crea un ambiente democratico e rende possibile uno scambio tra le persone.
C’è la questione del rapporto con l’industria ed io ho avuto delle esperienze  in tal senso.   Due anni fa’ ho avuto un rapporto molto stretto con due centri studi di due grandi imprese italiane, una che produce lampade quindi luce cioè la Guzzini e l’altra la Adnkronos che è una società d’informazione. A tutte e due ho chiesto di realizzare per un mio lavoro qualcosa che nella mia immaginazione era possibile realizzare, ma in quella dei due studi tecnici non era possibile farlo. Questo stimolo inconsapevole da parte mia, assolutamente immaginativo, ha fatto si che la Adnkronos abbia poi prodotto un software per gestire un certo campo d’informazione, e la Guzzini ha invece dato vita ad una vera e propria produzione industriale per una luce che interagisce con i sentimenti delle persone. Questa esperienza mi dice che veramente ci può essere una collaborazione e quanto più  inconsapevole, quanto più si basa su una richiesta non specifica di realizzare qualcosa ma su un piano immaginativo, tanto più può essere produttiva. Questo credo debba  essere il senso dello scambio con il mondo della produzione, cioè una capacità ed un desiderio per entrambi, i produttori e gli artisti, di abbandonare tutto quello che già sanno avventurandosi in un mondo sconosciuto.

Credo di avere una particolare vocazione per l’arte e la mia azienda è nata con questo spirito. Tutto quello che faccio da circa quarant’anni nella mia azienda, lo faccio con amore come se ogni giorno mi trovassi a dipingere una tela. Quanto riesco a trasmettere attraverso questo lavoro giornaliero? Chiaramente ho cercato di fare prima la cornice. Ma è piuttosto difficile parlare di arte in un mondo di produzione industriale. La nostra azienda oggi ha centoventi dipendenti ed esporta in quarantatre Paesi nel mondo. Quando comunichiamo che la nostra azienda è vicina al mondo dell’arte spesso non troviamo una particolare sensibilità da parte degli operatori. Nel mondo industriale in cui vivo e dove sono costretto a fare dei bilanci quasi quotidiani è molto difficile pensare a fare degli investimenti nell’arte che per forza  ha  tempi lunghi. Se non avessi commercianti sempre attenti a risparmiare, il mio impegno per l’arte non sarebbe possibile .

Ora vorrei chiedere a Jean Baptiste di spiegare il suo progetto e quello di Yona Friedman che è un progetto in cerca di cooperatori.

Inizio con Bert. Ci siamo incontrati all’incontro DAC che si è svolto a Middelbourg, che era la conseguenza di quello svoltosi a Roma nel gennaio 2012. Lì ho mostrato un video del progetto Iconostasi di Yona Friedman, concepitao come un’estensione del Museo. Poi abbiamo sviluppato l’idea. Quando Dora e Mario ci hanno invitato a stare qui oggi abbiamo parlato con Yona su quale potrebbe essere il prossimo passo per sviluppare un processo in grado di coinvolgere molte persone e connettere talenti condivisi o complementari. La risposta di Yona era “sviluppiamo quello che lui chiama il Museo Biennale”. E’ una proposta molto chiara. Lui ha scritto una piccola nota su questo.

“Noi conosciamo tutte le Biennali. Quella di Venezia, di Parigi, di Mosca e di molte altre città. Una Biennale è un’esposizione, una fiera d’arte, aperta per uno o due mesi ogni due anni. Una presentazione di opere d’arte, una vetrina provvisoria. La proposizione “Museo Biennale” è simile ma anche differente. Si tratta di esporre una selezione di opere d’arte prestate dagli artisti, sotto forma di arredo urbano, per una durata di due anni. Questo è dunque un museo provvisorio, in relazione con posti differenti, che ha una sua particolare scenografia diversa ogni due anni. Contrariamente alle esposizioni abituali, la scenografia non sarebbe una semplice sovrapposizione delle opere da esporre ma un’opera d’arte contenente quelle esposte presentandole come una sola opera collettiva,un’opera d’arte essa stessa. Se possibile in uno spazio pubblico, all’aria aperta, in una piazza, in un parco, in un luogo per passeggiare.“

In una Biennale ogni Padiglione ha un curatore, qui lavoreremo tutti insieme e condivideremo le nostre capacità e la nostra conoscenza. Dora, Mario, Nico, Giovanna ed io stesso. Diamo il benvenuto a tutti coloro che vogliono raggiungerci. Yona ha accennato all’installazione “Musée dans la Rue” realizzata a Como con lo scopo di esporre delle cose per strada. Come ha detto Annie, c’è la crisi e per me la crisi è un momento dove si devono ridefinire le cose. Sono molto felice di essere qui. Veniamo da attività specifiche ed abbiamo il desiderio di mettere insieme la nostra conoscenza per creare un linguaggio comune. Abbiamo bisogno di una struttura comune per poter andare avanti.

Il punto è che noi non ci conosciamo. Gli artisti non conoscono il mondo dell’impresa, però in generale sono affascinati dalla produzione, dai macchinari e dai materiali. Gli artisti che invitiamo alla Fondazione adorano nella nostra fabbrica. Il modo in cui usano i macchinari è , quello che fanno diventa parte del loro lavoro, ma allo stesso entrano nostro processo produttivo. Anche i giovani artisti in residenza vogliono andare i fabbrica per produrre qualcosa da esporre nella mostra di fine corso. Essi lo considerano come un’esperienza borderline e spesso chiedono di poter tornare anche dopo la fine del loro tirocinio. Tutto questo è molto importante anche per la fabbrica e direi per tutto il territorio.

Molte cose succedono perché uno si conosce e si crea un’intesa comune. Ho scelto l’artista per un progetto perché le nostre figlie vanno alla stessa scuola e noi abbiamo iniziato a parlare insieme aspettandole dopo la scuola. A volte le cose accadono così. Non c’è un’idea comune se non ci si parla. Oggi siamo qui a discutere e  ciò può essere il primo passo per realizzare qualcosa, per fare qualcosa insieme. Il nostro dialogo sta andando avanti. Se vuoi organizzare le cose in modo forzato non funzionerà mai. I contatti sono estremamente importanti.

C’era una conferenza stampa molto interessante qui stamattina prima del nostro incontro. Si parlava della differenza tra Italia e Olanda nel modo di fare e produrre arte. Ci sono due mondi completamente differenti. In Olanda la Pubblica amministrazione è predominante, invece in Italia le cose si muovono molto più per iniziativa dei privati.
Abbiamo avuto un esempio prima di come la cultura italiana sia sostenuta dal privato quando la forza pubblica non è sufficiente. Qui oggi abbiamo anche un rappresentante dell’Amministrazione Pubblica. Voglio dare la parola ad Andrea Dapretto, Assessore all’Urbanistica, Demanio e Lavori pubblici di Trieste, interessato al progetto di Yona Friedman. Yona stesso che Mario e Dora hanno incontrato a Parigi recentemente ha esplicitamente chiesto di potersi confrontare non soltanto con dei privati ma anche con una persona che gestisce la cosa pubblica.
Jean Baptiste, vorrei che tu aprissi un dialogo sulla proposta del “Museo Biennale” con il rappresentante dell’Amministrazione Pubblica di Trieste.

Per Yona è molto importante che l’arte si realizzi anche negli spazi pubblici e fuori dagli edifici. Questo dovrebbe coinvolgere tutti: artisti, imprenditori, l’amministrazione della città, gli abitanti. Certamente ognuno ha i propri limiti. Yona come molte persone qui crede che questi limiti si possano trasformare in qualcosa di positivo, in un’intesa comune. E’ uno dei concetti base di Yona per fare un’architettura con e per la gente. Lui è anche convinto che alcuni artisti parteciperanno al progetto prestando le opere. Stiamo palando di una struttura mobile in una situazione  a lungo termine.

La bozza del vostro progetto è già molto chiara ed è molto interessante. In questi ultimi anni sono stati costruiti musei che molto spesso sono autoreferenziali, macchine ad uso celebrativo. Il vostro è infatti un grande tema, cioè il Musée dans Rue, un museo nello spazio pubblico, senza barriere, accessibile a tutti. Credo che l’arte possa ritornare a far parte del paesaggio urbano in modo significativo. Se pensiamo alle città antiche cinquecentesche, settecentesche ed ottocentesche l’arte ha fatto parte del paesaggio in maniera molto chiara e forte. Poi via via è avvenuto una inversione di tendenza. Io credo invece che l’arte possa ritornare ad essere un grande veicolo di dialogo, di sperimentazione e di innovazione. A me piace questo bozzetto di Yona Friedman che in maniera molto semplice spiega come questo nuovo museo può dialogare con la gente.
In questo periodo le amministrazioni – parlo per l’Italia e in particolare della mia città che sono le realtà che più conosco – hanno poche risorse. Ma penso che già mettendo a disposizione dei luoghi pubblici e abbattendo le barriere burocratiche si possa fare qualcosa. Si può intanto raggiungere un migliore e maggiore uso della città, si possono aprire al pubblico luoghi dismessi e dimenticati. Lasciamo quindi che l’arte s’impossessi di un giardino, di una piazza e di una strada. E’ per questo motivo che la città di Trieste è molto aperta a questa proposta di Yona Friedman

D/A/C 10: TRIESTE - Magazzino 26 del Porto Vecchio

1 dicembre 2012, partecipanti: Elisabetta Cividin, Roberto Cosolini, Andrea Dapretto, Maurizio Fanni, Giovanna Felluga, Flavio Flamio, Serena Mizzan, Mario Pieroni, Michelangelo Pistoletto, Maria Rosa Sossai, Borut Vogelnik (IRWIN).

Estratto 10. incontro D/A/C

Benvenuti al decimo incontro DAC(Denominazione Artistica Condivisa). DAC è un progetto itinerante e per la prima volta giunge a Trieste grazie a Trieste Immagina e al Gruppo Immagine che ringrazio per averci ospitato come evento collaterale della manifestazione. Oggi qui abbiamo anche dei rappresentanti dell’ Amministrazione Pubblica, quindi DAC si allarga a questa categoria cercando di andare a toccare quello che può essere l’inserimento dell’arte contemporanea all’interno di un’ Amministrazione Pubblica. Abbiamo qui con noi il Sindaco, Roberto Cosolin che saluto e l’Assessore al Patrimonio, Demanio ed ai Lavori Pubblici l’architetto Andrea Dapretto. Il Maestro Michelangelo Pistoletto insieme a Borut Vogelnik, uno dei cinque esponenti del gruppo IRWIN, rappresenterà la parte degli artisti. Intervengono anche alcuni prestigiosi esponenti del mondo dell’industria della Regione.

Qui ci troviamo in un luogo dove la dimensione è sì locale ma è anche molto estesa. Trieste può essere un luogo esemplare perché siamo in una città con un forte legame con il passato, siamo in un rudere di storia, quindi riprendere la situazione e riportarla alla vita attuale mette in gioco tutte le capacità produttive. Io parlo più da un punto di vista della prospettiva, dell’artista prospettico però poi sono le realtà che contano. Qui vedo Illy con cui stiamo lavorando da decenni con grande profitto nel rapporto tra arte e significato produttivo. La parola produttivo è intesa come una produttività che guarda all’arte come un’indicazione, un faro prospettico e però l’arte senza il seguito di chi opera per andare verso questo fare prospettico resta vuota, quindi la collaborazione è importantissima. C’è l’estetica che l’arte porta, però oggi c’è anche un’altra cosa che è l’etica. Etica vuol dire saper fare anche immaginando di fare le cose ad arte, come si diceva una volta, cioè il meglio possibile.

Parlando di Trieste e facendo un focus mirato sulla città, sulla realtà in cui viviamo, vorrei chiedere all’Assessore, se in base a delle problematiche, dei lavori o a dei progetti su cui sta lavorando in questo momento l‘intervento di una artista come consulente possa essere opportuno. Penso a una collaborazione in termini di una differenza di visione e di background che possa dare un valore aggiunto allo stato delle cose.

La risposta è si, un valore aggiunto nell’opera pubblica l’arte lo può e lo dovrebbe dare e ricordiamo che in Italia esiste una norma che impone che una cospicua parte del capitale speso per l’opera pubblica debba essere destinato all’inserimento di opere d’arte nelle opere pubbliche medesime.
Questo comunque non vale per tutti i tipi di opere pubbliche ma solo per le nuove edificazioni. La suddetta norma è un canale specifico ed è stata introdotta negli anni 30. Infatti molti dei palazzi costruiti in quegli anni riportano anche importanti opere d’arte. E’ una norma che a volte viene disattesa e a Trieste nel passato abbiamo avuto degli esempi forse non proprio felicissimi.
Uno degli orientamenti dell’Amministrazione è quello di recuperare gli spazi dismessi e di rigenerare in chiave nuova gli edifici che sono chiusi e abbandonati. Se vogliamo fare un esempio, possiamo parlare del progetto su cui attualmente siamo impegnati: il recupero dell’Ex Meccanografico che poi tale non è mai stato perché l’edificio non ha mai avuto un tale utilizzo. In questo caso il recupero sul quale stiamo lavorando è un progetto per un luogo da destinare alle Arti Applicate. L’edificio dovrebbe avere una facilità di approccio che permetta di avvicinare coloro che hanno difficoltà ad entrare nei musei più codificati, più strutturati. Dovrebbe diventare uno spazio con una grande libertà d’azione. In questo caso specifico abbiamo coinvolto un giovane artista, Davide?? e con lui abbiamo fatto un ragionamento – potremmo dire – convergente e divergente. L’intervento dovrebbe essere a basso costo e si è optato insieme per un intervento sulla la facciata dell’edificio che diventerebbe una tavolozza da usare dando la possibilità ai giovani writers di poter fruire di uno spazio pubblico. A questo proposito c’è da dire però che tutte le componenti devono fare la loro parte, nel senso che esistono vincoli di vario tipo come ad esempio quelli normativi o di tipo paesaggistico e se l’arte deve entrare a far parte della realtà urbana credo che ci debba essere una sorta di patto tra le parti, incluso gli Enti. Per poter permettere questo tipo di azioni bisogna smettere di considerare ogni piccola trasformazione come un fatto eterno e inamovibile.

Questo discorso credo che implichi, anzi non escluda, l’intervento del privato in un tessuto cittadino. A questo punto do’ la parola a Elisabetta Cividin che è qui in rappresentanza di Confindustria di Trieste, presidente del Gruppo Giovani ed è qui anche come donna imprenditrice. Cerchiamo di capire intanto se la Città e le imprese cittadine, innanzitutto quelle giovani, possono essere pronte a questi interventi ed aprire un dialogo con l’Amministrazione Pubblica.

Il Gruppo Giovani di Confindustria è caratterizzato soprattutto da giovani che appartengono come me ad industrie di seconda e terza generazione. L’innovazione all’interno del nostro gruppo ha portato alla creazione di uno start up e l’introduzione di idee nuove ha spinto sia le imprese che i giovani stessi ad essere più competitivi. Per quanto riguarda il rapporto con le Istituzioni, noi giovani abbiamo bisogno di una collaborazione fissa e continua, particolarmente in questo momento storico della nostra Regione e del nostro Paese. Quando noi Giovani di Confindustria incontriamo gli studenti delle scuole superiori e delle Università raccomandiamo loro di fare delle esperienze all’estero, ma raccomandiamo loro anche di ritornare sul nostro territorio per portare un valore aggiunto. Dobbiamo altresì offrire delle opportunità a quanti da fuori hanno deciso di venire a studiare a Trieste. Non dimentichiamo che la nostra è una Città della Scienza e che quindi è importante far rimanere gli scienziati formati da noi ed integrarli nella vita produttiva.

Secondo te attraverso un dialogo con gli artisti si possono raggiungere nuovi modelli d’impresa o è una cosa utopica, un argomento di cui all’interno di Confindustria, soprattutto per la parte dei giovani imprenditori, ancora non si può parlare?

In Confindustria a Trieste la maggior parte delle aziende è ancora un po’a stampo tradizionale. Come dicevo prima, nel Gruppo Giovani c’è qualcuno che ha fatto start up e potrebbe nascere una collaborazione con le nuove idee portate dagli artisti, mentre l’imprenditore tradizionale può anche avere delle idee ma le sfrutta solo a livello economico.
La collaborazione con un artista renderebbe l’imprenditore più libero interiormente e gli darebbe una maggiore sensibilità. Quando le nostre aziende in Confindustria si sono avvicinate al mondo dell’arte, lo hanno fatto in termini di sponsorizzazione. L’arte è stata usata come “mezzo di comunicazione” ad unirsi al marchio della azienda nella speranza di ricavarne vantaggio economico.

Vorrei affrontare questo discorso con Flavio Flamio, direttore di lunga data della Confindustria di Gorizia. Avendo avuto a che fare con imprenditori e nuovi sviluppi delle imprese sul nostro territorio vedi degli esempi di imprese illuminate che si aprono all’arte seguendo l’esempio di Illycaffé?

Ritengo che preliminarmente debbano essere fatte alcune considerazioni di ordine metodologico e pratico. Come direttore di Confindustria non mi fermo su questioni incombenti, devo essere capace di capire cosa succederà tra tre o cinque anni, come portare le aziende a crescere, come far venire nuove aziende nella mia Provincia. Il mio compito sostanzialmente è investire sul futuro. Questa dovrebbe essere la parola d’ordine per legare l’arte all’impresa. Quando si parla di investimento nell’arte, l’obiezione è: ma l’arte è difficile, soprattutto quella moderna; farla entrare nell’impresa è un rischio perché l’arte è rivoluzionaria e scombina, mette in discussione una serie di fattori. A questa argomentazione si può rispondere che ciò che oggi è avanguardia, rivoluzione, domani diventerà classicità. Facciamo un esempio: A Beethoven ormai vecchio e sfiduciato, dava fastidio che nessuno lo ascoltava più, non c’era impresario che volesse metterlo in cartellone e per questo decise di fare un’ultima Sinfonia cioè la Nona. E stravolse le regole. Mentre la sinfonia classica ha quattro e a volte cinque movimenti, la Nonà ne ha solamente tre. Nel terzo movimento Beethoven mise quattro solisti più un coro di centoventi persone che cantavano una poesia di Schiller. Rivoluzionando le regole sinfoniche di cui anteriormente era stato depositario, fece una cosa rivoluzionaria, che, per l’ironia della storia, poi è diventata l’inno dell’Europa. Ripeto, ciò che oggi è avanguardia, rivoluzione, domani diventerà classicità.

Volevo fare un’osservazione legata a quello che è stato detto fin ad ora in campo dell’ impresa e che riguarda la questione di difficoltà di accesso all’arte contemporanea. Non è solo un problema delle arti visive, è un problema più generale. Questo problema è il contemporaneo, cioè quello in cui noi, vivendo in questo momento, siamo immersi. Qui non si tratta di capire qualcosa che è già stato filtrato, storicizzato, dove già è avvenuto una selezione. Quando si è immersi in una innovazione che avviene contestualmente ai nostri movimenti e alla nostra vita, diventa molto più complesso. Credo che gli educatori o gli artisti in questo caso specifico possano avere la funzione di guida non tanto a scoprire qualcosa di esterno, ma qualcosa che è dentro noi stessi, ovvero a far scattare quell’ autoformazione che parlando ad esempio di scuola non riguarda solo gli studenti, riguarda prima di tutto i docenti. Nel campo delle aziende conosco un caso esemplare, quello della Fondazione Casoli, impresa di livello mondiale nel campo dell’elica, che dimostra come si possa fare innovazione non solo dall’interno verso l’esterno, ma soprattutto nei confronti di quelli che lavorano dentro l’azienda. Nella loro fabbrica in Polonia è stato chiamato un artista polacco che ha lavorato con gli operai, per intenderci con quelli che alzano il muletto per trasportare la merce e li ha coinvolti nel suo progetto artistico aumentando la loro motivazione come operai.
Credo che ci sia un legame stretto tra tutte le fasi della vita. Non vedo alcuna cesura tra la fase di apprendimento che avviene nell’ambito della scuola, quindi negli anni della crescita e poi successivamente nell’ambiente dell’impresa. Siamo immersi in una condizione di apprendimento costante. L’opera d’arte è l’atto educativo radicale per eccellenza.

Le aziende non possono fare azioni toccata e fuga nei confronti dell’arte, deve esserci una continuità. Io lavoro da vent’anni in attività artistiche e ciò significa che l’arte è entrata profondamente nella nostra azienda e nel territorio. Quando dico che l’arte permea l’azienda non solo l’imprenditore, l’amministratore delegato, i dirigenti. La nostra attività artistica tocca tutti quelli che lavorano in Illy caffè. Quando c’è una Biennale di Venezia noi portiamo le persone che lavorano da noi a vederla in modo che capiscano ciò che stiamo facendo, e si avvicinano al il linguaggio dell’arte. Insieme al nostro direttore artistico, Carlo Bach, ho incontrato Michelangelo Pistoletto per la prima volta nel 2000 a Cittadellarte. Allora c’erano solo dei grandi spazi assolutamente vuoti e c’erano Michelangelo e Maria. Cittadellarte era ancora un’utopia. Si parlava di un arte della filosofia e di come le aziende avrebbero potuto contribuire. Quello è stato l’inizio. Nel 2002 Michelangelo ha ideato delle tazzine per noi, poi la collaborazione è continuata. Ci sono stati artisti con borse offerte da noi che sono andati a lavorare a Cittadellarte. Abbiamo fatto dei premi dai quali sono emersi nuovi artisti e dagli artisti sono nati dei prodotti. Questo concetto sano di sponsorizzazione non solo ha permesso di promuovere quei giovani nel mondo dell’arte, ma ha autoalimento il concetto di sostenibilità tra azienda ed arte.

Noi di Cittadellarte abbiamo suddiviso la nostra attività in varie cellule e una di queste è dedicata alla produzione e quindi abbiamo creato questo motto, “ogni prodotto assume responsabilità sociale”, che lo si voglia o no. C’è quindi questo fenomeno importante di assumere responsabilità sociale e il nostro discorso nasce dall’arte e quest’ultima, come giustamente si è detto, è produttrice di creatività dunque responsabilità pensando al cambiamento che deve avvenire nella società sia in scala grande che a dimensioni locali.

Qui voglio puntualizzare: sponsorizzare non è solo mettere denaro per avere visibilità di marketing, questo è un grosso errore. Bisogna che ci sia una continuità di intervento, bisogna che all’interno della sponsorizzazione ci sia un pensiero, ci siano dei contenuti forti che poi permettono di allargare questo progetto a tutti i livelli. Un’azienda che produce caffè e che ha un direttore artistico non è da tutti, perché quel concetto di bello e di buono, di ben fatto e di etica deve essere in ogni attività aziendale, deve essere nella tazzina, deve essere nella macchina espresso, deve esserci quando andiamo a mangiare in mensa., dove il cibo deve essere buono. Quindi questo concetto di sostenibilità, di etica deve essere assolutamente a tutti i livelli.
Noi abbiamo da 20 anni la Illyart Collection che significa riuscire a portare un pezzettino di arte sulla bocca di tutti. Perché la tazzina è entrata nel bar e il bar è un ambiente sociale. Nel momento sociale si trovano gli individui, si viene a contatto con il prodotto in maniera veramente sostenibile.
Le aziende devono capire che hanno una missione, quella di vivere in maniera coerente con il proprio prodotto. Hanno anche un grande obbligo verso la società, verso il territorio e l’arte è l’unico linguaggio che attraverso la creatività riesce a creare un ponte tra azienda ed economia, tra azienda e società. Si tratta di un modo nuovo di pensare. Quando i progetti Illy caffé girano il mondo significa presentare quel pezzettino di nordest dell’Italia, significa far capire quanta creatività e quanta volontà c’è in un’azienda, la nostra, e all’interno del territorio. a Trieste non è sempre semplice, ci sono problemi di collegamento e di rapporti come in tutte le città del mondo, ma c’è la volontà. Però quando la passione entra nel profondo del DNA dell’azienda, allora tutto diventa più facile.

Ci sono però innegabilmente dei problemi pratici: la cultura cresce dove c’è cultura, sembra una tautologia, ma purtroppo è così. E’ impossibile arrivare a Jackson Pollock se non sei passato attraverso il Rinascimento, gli Impressionisti e gli Espressionisti. E’ necessario che esista un substrato pronto a recepire e in questi tempi in Italia la cultura è merce rara, come lo è anche il secondo elemento necessario a far cultura cioè il denaro. Se non fossimo passati attraverso la Chiesa, l’Impero, il Regno, i ricchi mercanti fiamminghi, non avremmo avuto cultura. Oggi mancano anche i soldi. Bisogna andare oltre un approccio puramente filosofico metodologico, bisogna trovare le risorse per far crescere e per implementare tutto questo. Finora gli esempi sul territorio sono stati sporadici, forse non organizzati perché probabilmente mancava alle spalle un qualcosa che riuscisse a sopportarli in maniera sistematica.
Vorrei parlare di qualcosa che conosco meglio dell’ arte visiva, cioè dell’ industria del cinema. Nel cinema esiste un sistema di finanziamento molto importante che è quello che consente alle Produzioni di rimanere in piedi. E’ la tax credit esterna, una forma di fiscalizzazione dei contributi versati dalle imprese a fronte appunto della creazione del prodotto cinematografico. Questo meccanismo potrebbe a mio avviso essere trasferito agli eventi delle arti visive. In questo modo non ci sarebbe più bisogno di ricorrere alle sponsorizzazioni che oltretutto comportano problemi complicati di ordine fiscale. Questo sistema della tax credit esterna costituisce un grande incentivo. Il mio consiglio a voi è quindi: lavorare sulle infrastrutturazioni del sistema, trovare il modo di far introdurre questa norma già esistente per il cinema anche nel complesso delle attività artistiche.

Grazie per la puntualizzazione. É emerso un punto di vista concreto, imprenditoriale di chi sta vicino appunto all’impresa.
Vorrei un attimo adesso coinvolgere Borut Vogelnik che rappresenta il gruppo IRWIN . Questo collettivo di cinque artisti è un gruppo storico, molto famoso che testimonia dell’arte contemporanea slovena, ma che, con mostre e opere inserite in collezioni di musei molto prestigiosi, è riconosciuto a livello mondiale.
Borut, voi avete lavorato da subito in un collettivo e avete portato avanti degli studi legati alla politica, la politica dell’Est Europa, la politica del vostro territorio. Avete fatto delle indagini, delle ricerche, delle opere di archiviazione molto importanti. Riassumendo potrei dire che la vostra arte è un’arte in qualche modo relazionale che ha sempre guardato alla società anche se magari con un punto di vista più politico che economico o imprenditoriale. Avete contemplato una ricerca più in ambito economico, in ambito imprenditoriale?

The relation between art and economy is of course of big interest for the situation of today’s Slovenia as well. Looking at history, it’s more than obvious that art was not only able to establish communication but that it was mainly used for this purpose. As far as I know this matter is part of the European Community agreement which includes precise regulations concerning art as an entity able to establish cultural bridges which has to be supported inside and between EU States.

Siamo vicini di casa e la domanda che faccio è se all’interno del vostro percorso riuscite a vedere l’arte anche come trait d’union tra politiche diverse?

At the beginning of the 80’ IRWIN together with two other groups established a collective called NSK (Neue Slowenische Kunst). In the frame of this collective we have been working continuously for nearly 30 years. Of course big changes have happened since then. It’s important perhaps to say why we decided to build up this collective. We did it because of the very particular cultural political circumstances in Slovenia. We didn’t trust the official cultural politics and the horizon they presented to us as – at the time – young artists of the former Yugoslavia. So we decided to establish our own Institution, to create our own identity and to deny any pretention towards official Institutions. That was our starting point. We self-organized ourselves, we invented our own ways to communicate with other artists from Yugoslavia. We also established relationships with artists and art institutions in other countries, east and west. So we had our own context, our own political system which was connected to economy as well, because the art production which we started for ourselves had a certain economic aspect. To understand what we did you have to consider the circumstances of the former Yugoslavia. The difference with the West was very big. No salaries, no market, no prices. At the beginning we were completely alone. You can follow the trajectory from the early 80s up to now. We didn’t change our position, what changed were the general cultural and economic circumstances and our relation to it. Of course we suffered economical difficulties most of the time, but we could remain working as a collective even if it was not easy. Some of our projects were completely unusual for a group of private persons, inconceivable in Western countries, touching fields normally reserved to public Institutions, to State Institutions, like emitting passports etc. We did it for very practical reasons, we had to communicate and to move because for artists from former Yugoslavia there was a total lack of opportunities. In our encounter with Western artists we found out that our art world was functioning in a completely different way. We created NSK as an answer to that. We established a strong collaboration with other artists in the East from the post-war generation to the younger one up to 2000, people sharing our whish of integrity. We created a network between artists and art critics from all the different Eastern countries, asking friends and friends of friends to take part in it. This was very useful for our art production given the total absence of art collections. We worked in a strong relationship with the territory following the path of 19th Century’s’ demand for autonomy in the field of cultural production.

E’ interessante capire come le differenze e le distanze socio-politiche condizionino l’essere artista in un paese piuttosto che in altro.
Tornando al nostro territorio e alla manifestazione Trieste Immagina, questa mattina ha avuto luogo un laboratorio con bambini e ragazzi incentrato sul progetto Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto . Nel workshop si è lavorato sul simbolo del Terzo Paradiso, il simbolo dell’Infinito che tra il Paradiso naturale e quello artificiale dei nostri giorni individua una terza via , appunto un terzo Paradiso che include i due primi equilibrandoli e creando consapevolezza sociale. Come dice Pistoletto, l’artista diventa sponsor di idee. Voglio però sottolineare che queste idee non devono essere strumentalizzate. Noi non parliamo di un utilizzo delle idee dell’arte per scopi economici, proponiamo idee innovative e inusuali nei più svariati contesti.
Inviterei la dott.ssa Serena Mizan, Direttrice della Fondazione Istituto di cultura marittima portuale, impegnata da molto tempo in progetto che collega scienza, tecnologia ed arte. Ha operato sia nel settore pubblico che in quello privato essendo anche titolare di un’azienda.

Mi piacerebbe collegarmi ad alcune cose che sono state dette finora. Abbiamo sentito parlare di connessioni e della capacità dell’arte di crearle. Secondo me la cosa più importante da dire è che l’industria ha bisogno dell’arte, qualunque essa sia, persino l’industria che produce bulloni, perché l’industria ha bisogno della creatività. E non c’è creatività senza l’arte. Occorre alimentare un tessuto connettivo di relazioni che creano ricchezza creativa, poi l’industria saprà usare questo tipo di ricchezza per quello di cui ha bisogno facendone un uso economicamente fondato. L’industria ha bisogno dell’arte e deve finanziarla affinché esista un contesto sociale e culturale ricco che possa produrre quelle idee che poi entreranno nel circuito che dall’arte porta all’industria attraverso l’innovazione e la discontinuità. Questo crea sviluppo. L’arte è un potentissimo motore di sviluppo perché favorisce le relazioni. L’arte sa confrontarsi. Credo che possiamo essere abbastanza maturi dal punto di vista industriale ed imprenditoriale per dire: finanziamo la creatività. In Italia c’è il made in Italy che è il prodotto di questa creatività, ma che oggi si sta impoverendo. Chiediamo a chi ha la possibilità di finanziare la creatività però di non andare a cercare la relazione specifica tra l’evento sponsorizzato e quello che produce. Non ci deve essere obbligatoriamente una relazione causa effetto. L’industria può investire sul futuro se investe sulla creatività tout court, se lascia l’arte libera di muoversi, di relazionarsi e di fare il suo mestiere cioè di fare l’arte, poi sarà l’industria capace di ritrovare il modo di recuperare la discontinuità che l’arte avrà portato. Il cambiamento sta nell’arte. Il cambiamento è innovazione che rimane viva se viene alimentata dall’arte. Certo i soldi sono pochi, ma investire è importante. A volte può essere difficile scegliere perché è ovvio che non si può finanziare tutto. Più le risorse diminuiscono più è determinante la correttezza delle scelte. Spesso occorre sacrificare una cosa per dare la possibilità ad un’altra di crescere.Se riusciamo oggi a riprendere quel legame tra arte, cultura, artigianato e tecnologia che ha caratterizzato la cultura italiana del passato riusciamo ad avere un’industria più florida e funzionale.

Michelangelo, tu per la Biennale di Architettura di Venezia hai creato una scultura dal titolo L’Italia Riciclata che oltre ad essere un’opera importante legata alla tua filosofia e alla tua poetica è anche un esempio di conoscenza, di collaborazione con l’industria, un problema che sta a cuore a questi nostri incontri.

La mia presenza qui è emblematica, sono un emblema per quello che si è fatto con Cittadellarte e con RAM, una relazione che dura da tempo portando avanti operazioni comuni.

Maurizio Molini, tu hai collaborato in modo molto attivo alla genesi dell ’Italia Riciclata. Direi che è stato una collaborazione nel senso di DAC. Ce ne vuoi parlare?

Premetto che ho uno Studio di architettura a Vicenza che si occupa di presentazione per l’industria e le aziende. In maniera parallela, dodici anni fa, ho avviato un progetto che si chiama Arte e Industria che ha lo scopo di mettere in relazione le due entità nell’idea che l’una possa essere a sostegno dell ’altra. E’ stata un’idea solitaria che ha dato un esito fantastico.
Alcuni mesi fa Mario Pieroni di RAM radioartemobile mi ha dato la possibilità di collaborare con il Maestro Pistoletto per questa opera L’Italia riciclata , installata nel Giardino delle Vergini del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia. L’opera aveva una doppia valenza perché era l’apogeo non solo del Padiglione Italia curato dall’architetto da Luca Zevi, ma in qualche modo è diventato l’icona della Biennale stessa. Il Padiglione quest’anno era incentrato sull’idea dell’impresa e dell’industria italiana. Il progetto del Padiglione poggiava sulla conoscenza di una ricerca fondamentale della nostra storia e non solo quella economica, ma la storia della gente, la storia del lavoro, la storia di intelligenze, di impegno, a volte di sofferenza e di rinuncia. L’impresa era intesa come luogo di eccellenza per quanto riguarda la ricerca dell’individuo. Il Padiglione si presentava con una serie di esempi eclatanti di imprenditori che, insieme agli architetti, hanno progettato e realizzato degli edifici di chiaro impatto urbanistico e sociale. Partendo da Adriano Olivetti che nel dopoguerra con il suo vasto impegno sanciva un serie di interventi fondamentali.
L’idea di Zevi di affiancare a questo racconto di carattere prettamente architettonico l’opera del Maestro Pistoletto era di grande valore. Il Maestro ebbe l’intuizione di creare una grande sagoma dell’Italia e ho avuto il piacere di assecondarlo nell’assistenza tecnica e realizzativa. Una sagoma di legno di dimensioni notevoli – ca. m 9 x 7,5 – è stata appoggiata a quota molto bassa sul suolo del giardino. Su questa sagoma il Maestro intervenne in modo assonante, direi dissacrante rispetto all’ambiente della Biennale perché ebbe l’idea di utilizzare materiale di risulta di allestimenti precedenti o di allestimenti in essere della Biennale stessa. Raccogliemmo materiali vari e, con l’aiuto anche dei suoi assistenti, li poggiammo sulla superficie rendendoli parte integrante dell’opera che è stata simbolicamente coperta da una rete da pesca alludendo evidentemente al carattere globale del lavoro svolto nel nostro Paese. L’esperienza è stata molto bella e, se posso dire, anche molto divertente.
In questo contesto rivolto al rapporto tra arte ed industria voglio puntualizzare che il problema che conosce l’industria in termini di realizzazione non è meno rilevante di quello che incontra l’artista nella realizzazione della sua opera. Anche l’artista deve confrontarsi con problemi di budget, di trasporto, di materie e della loro reperibilità. La cosa interessante è che l’artista, al di là delle sue capacità immaginative, è anche un ricercatore ed è costretto a confrontarsi con il lavoro artigianale. In questo senso il rapporto non tanto istituzionale quanto personale tra arte ed industria è interessante.

Vorrei tornare sul discorso Trieste Immagina e parlare di didattica che è al centro della manifestazione che ci ospita oggi. Abbiamo con noi – un fuori programma – il Maestro Dalisi, artista e designer che ha preso parte al workshop di questa mattina.

Concordo con quanto detto in precedenza, cioè che ci deve essere un reciproco rapporto ideativo. L’artista può anche fare delle cose e chiudersi in se stesso, ma l’industria da sola in un momento di crisi rischia di fermarsi sulle difficoltà. Invece insieme possiamo creare una nuova situazione. Posso raccontare una mia esperienza personale. A Benevento da parte di un’industria molto importante mi hanno chiamato per progettare un presepe gigantesco ( 14 m di altezza) in una piazza centrale della città. Quattro piani di ferro che poi abbiamo montato in un mese. Elaborando il progetto mi è nata l’idea di coinvolgere la gente del rione. Lungo la strada che porta a questa splendida piazza ho suggerito che si realizzassero delle sculture sui balconi delle case private. La proposta è stata accolta positivamente e questa ha poi incentivato il lavoro con la Ditta. Così la gente ha partecipato all’iniziativa dando un proprio contributo. Questo è un esempio di quello che si può fare in un momento di crisi. Oggi si sente l’importanza della creatività , viviamo in un momento magico anche se le preoccupazioni non mancano. Ma con l’aiuto della cultura ce la possiamo fare.

Siamo arrivati al decimo appuntamento D/A/C. Mi sembra che l’incontro di oggi sia stato particolarmente importante non solo per la presenza degli artisti, delle imprese e dell’ Amministrazione Pubblica ma anche per questi disegni fatti dai bambini che vogliono rappresentare il nostro futuro. E’ una cosa veramente straordinaria, perché questi disegni lasciano intravedere un futuro diverso e migliore.

Vorrei ringraziare tutti i partecipanti dell’incontro di oggi, e in particolare Maestro Pistoletto. I problemi che sono stati dibattuti mi sembrano fondamentali per lo sviluppo della nostra società, non solo a livello locale ma anche al livello nazionale ed internazionale, perché il futuro dei popoli sta nella capacità di produrre con innovazione, non solo prodotti materiali ma anche idee. Condivido pienamente quello che Serena Mizzan ha detto sul tema della discontinuità. Vorrei anche dire che esiste una straordinaria analogia tra la metafora creativa che avviene nell’ opera dell’artista e la a ricerca di base, la ricerca fondamentale, assolutamente non finalizzata, dove vi è un momento creativo che accomuna l’ artista e lo scienziato. Il vero tema è, a mio avviso, da una parte il legame tra arte e creatività e dell’altra rendersi conto della necessità politica di ridefinizione di questo tema. C’è bisogno di una ridefinizione socio-politica dell’ argomento creatività, dobbiamo renderci conto che la creatività è vitale e si sviluppa nel momento in cui ottiene un sostegno significativo e riconosciuto. Non basta una visione culturale della creatività, devono nascere delle strutture che la supportano.
E’ un po’ come quello che Alberto Munari scrive nel suo libro Il sapere ritrovato quando si chiede se esistevano i microbi prima di Pasteur venendo alla conclusione che i microbi hanno cominciato ad incidere nel contesto sociale quando Pasteur ha fatto le sue scoperte. Perché da quel momento c’è stata una ridefinizione socio-politica della presenza dei microbi con tutto quello che ciò ha significato in termini di creazione di laboratori e di genesi di quel potere che oggi hanno i centri di cura, le imprese farmaceutiche e il sistema sanitario nazionale. Perché la creatività abbia tutte le caratteristiche che sono state richiamate oggi è indispensabile che ci sia una ridefinizione socio-politica che permetta di ottenere i risultati ambiti.
Ho cominciato a comprendere il significato del giorno della Rinascita proposto da Pistoletto, e ne sono rimasto molto felicemente colpito. In fatti vorrei che il 21 Dicembre anche qui a Trieste si facesse qualcosa, ne abbiamo bisogno anche per dare una speranza ai giovani.

D/A/C 9: MACRO - ROMA

25 settembre 2012, IN THE MEMORY OF WATER: : Marco Bagnoli, Gregorio Botta, Stefano Chiodi, Bruna Esposito, Maura Favero, Ettore Fortuna, Pietro Fortuna, Piero Mottola, Mario Pieroni, Antonio Pola, Annie Ratti, Remo Salvadori.

Estratto 9. incontro D/A/C

Si definisce minerale un’acqua che ha un’origine profonda, protetta ed incontaminata, batteriologicamente pura alla fonte, con caratteristiche chimiche costanti, salutare, imbottigliata alla sorgente e soprattutto non deve essere soggetta a trattamenti di tipo chimico. Sono consentite solo alcune “operazioni chimiche” come ad esempio l’aggiunta di anidride carbonica per renderla frizzante oppure togliere l’eccesso di ferro presente nell’acqua aggiungendo l’ossigeno. Questa è l’acqua minerale. Detto così sembra semplicissimo ma quest’acqua minerale ha delle notevoli differenze con quella che usiamo tutti i giorni, la cosiddetta acqua del rubinetto. Quest’ultima è una acqua potabilizzata, disinfettata per legge ma soprattutto “condottata”. Proprio Roma beneficia di un’ottima acqua del rubinetto che proviene da un giacimento che da Peschiera fa ottanta cinque chilometri per arrivare nella Capitale. La dispersione dell’acquedotto è del quaranta per cento, certo questo è niente in confronto agli scandali degli ultimi giorni ma anche questo è un piccolo scandalo. Apparentemente l’acqua sembra essere un prodotto semplice, in realtà ha una matrice chimica molto complessa, per cui qualsiasi trattamento chimico venga apportato per migliorarla di fatto la può peggiorare, perché quello che si va da inserire crea una reazione che può dare anche dei risultati pericolosi. Ad esempio quando nell’acqua potabile, che per legge deve essere disinfettata, inserisci il cloro o meglio l’ipoclorito di sodio, che è si un disinfettante ma prima di tutto è un sale, se si sbaglia ad inserirne la dose, siccome l’ipoclorito di sodio a contatto con l’acqua crea dei sottoprodotti che si chiamano cloroformio e bromoformio, si rischia di far bere un’acqua che non fa bene alla salute e se infatti andiamo a vedere la classifica dello IARC, che è l’Istituto Mondiale sul Cancro, ci rendiamo conto che sono potenziali cancerogeni. Noi imbottigliamo l’acqua in contenitori sicuri, con un bel design ma la fa’ Natura. Intorno all’acqua minerale c’è un concetto di ancestralità perché l’acqua viene dal cielo, dalla pioggia, dallo scioglimento dei ghiacciai e poi penetra nel terreno passando per i canali che trova passando per le rocce e “percola”, cioè goccia dopo goccia si deposita in un giacimento. L’acqua che imbottigliamo oggi sta lì da trenta’anni, ecco perché è pura batteriologicamente. Partiamo, quindi, prima dall’ancestralità di questo prodotto e poi ci occupiamo di industria. Credo però che la ragione, il sentimento, la fantasia e la creatività che noi ci mettiamo sia la stesso che ha l’artista quando si esprime.

Il largo solvente è l’acqua.
Così vaga e potente che non esiste formula.
Infatti.
La formula dell’acqua non esiste.
Subito e quanto basta.
Che non fa esistere il pesce nella vasca.
Ma basta aggiungere un po’ d’acqua
Perché il pesce si salvi: che cos’è?
Cosa salva il pesce e il mare nella vasca?

Forse è giusto sapere che le acque, in particolare quelle che abbiano una più densa attinenza con la creazione del mondo, possono produrre un loro sale quando siano distillate propriamente varie volte, cioè non essendo bollite e gettandone la prima parte flemmatica. Oppure essendo ridotte per asciugamento in una poltiglia da cui
venga estratto il sale suddetto. Voglio aggiungere un fatto che può maggiormente distinguere la teoria in ambito alchemico da quella di tipo chimico, sebbene entrambe siano vaghe, dato che l’unica vera risposta resta celata nei fatti: l’acqua chimica H2O non esiste e non può esistere in natura e, probabilmente, potrebbe non essere potabile. Infatti l’acqua, chimicamente parlando, è un solvente eccezionale che non solo scioglie molti tipi di sostanza fisica che incontra in forma di polvere ma, immediatamente, anche i gas che sono nell’aria, gli stessi che respiriamo della nostra atmosfera. Quindi la formula reale dell’acqua è sempre cangiante, non è afferrabile né, peraltro, immaginabile. Aggiungo che un pesce messo in acqua marina artificiale, cioè riprodotta chimicamente, vi muore, se non ve ne viene messa un poco di naturale.

Mi innamorai di alcuni gabinetti pubblici di fine Ottocento di Berlino che erano degli ottagoni bellissimi ed intuii che il gabinetto pubblico è un luogo o meglio un emblema del grado di civiltà di una società. Ad esempio andando a visitare una città, prima di andare a vedere la cattedrale o il mercato chiedo dov’è il gabinetto pubblico, lo vado a vedere e mi sembra di capire di più tramite quello che non tramite l’altare o cosa vendono al mercato, oppure mi aiuta a capire altrettanto una società, il luogo e le persone che lo abitano. Questo amore per gabinetti pubblici è nato anche dal fatto che io non potevo capacitarmi e non ci riesco ancora tutt’ora sul fatto che noi sprechiamo circa venti-venticinque litri di acqua potabile ogni volta che scarichiamo il gabinetto.

La mia idea è stata di creare una drinking fountain cioè una sorgente d’acqua per rendere l’acqua potabile di qualità superiore. Ovviamente il tema dell’acqua è molto importante, mi interessa ed è stato affrontato in diverse tematiche politiche, territoriali ed artistiche. Quello su cui io mi sono concentrata è stato il tema dell’acqua potabile di Londra e su come trasformarla in un’acqua di qualità perché fonti ufficiali riconoscono che l’acqua del rubinetto che noi beviamo a Londra affronta la canalizzazione ben sette volte, più o meno, viene depurata con prodotti chimici e poi riciclata. Questo comporta che la quantità di cloro presente nell’acqua dipende da quanto è vicina la fonte dalla quale sgorga ed anche dal trasporto di diversi elementi chimici ed organici che ha raccolto durante i consumi e che sono rimasti al suo interno. Per questi motivi non si ha molta voglia di bere quell’acqua ed anche per le quantità di calcio e di cloro in essa presente. Successivamente mi sono messa a studiare per trasformare quest’acqua in acqua di sorgente e renderla libera da queste scorie. Ho lavorato con un chimico ed ho iniziato la mia ricerca con la quale sono arrivata a scoprire un personaggio meraviglioso come Victor Schoeberger e Masaru Hemoto di cui Maura ci parlava prima nella Memoria dell’acqua. Sono tutte teorie, e non solo, che io ho impiegato nel mio lambicco che è questa scultura che è installata nella Torre Didattica della White Chapel in una delle stanze usate per riunioni, conferenze, corsi ed è anche a disposizione del pubblico e delle persone che lavorano lì.
Sono riuscita a trovare questi materiali e poi li ho tradotti nel mio lavoro. Tutte le forme che io utilizzo,ovvero forme curve e materiali come il vetro, il rame, la terracotta che permette all’acqua di respirare, mi sono stati suggeriti da Schoeberger. L’acqua sale attraverso un tubo di rame messo a spirale e poi scende in due bicchieri di vetro che contengono un magnete e producono un vortice che energetizza l’acqua. Quindi alla fine di questo processo l’acqua che noi beviamo è “carica positivamente” energizzata e purificata.

‘Svuotare la mente’, perdere l’attaccamento ai propri desideri, osservare imparziali la moltitudine incessante dei propri pensieri; questo richiede anni di pratica e dedizione e, per quanto io sia in grado di comprenderlo, la massima vetta (vittoria) raggiungibile è il vuoto. Cosa era il vuoto a perdere? Molti giovani non possono ricordare. Da bambina, ricordo, avevo ogni giorno il compito di restituire le bottiglie di vetro vuote al negozio di acqua – vini – oli sotto casa; il negoziante le rimborsava con dieci o venti lire e questa faccenda mi sembrava una vera cuccagna.
E’ evidente, ma vale la pena ricordarlo: Le bottiglie di plastica che contengono le nostre bevande sono potenti emblemi di un corto circuito esplosivo. Le bottiglie di plastica dell’acqua sono un emblema ancora più potente, perché l’acqua si prefigura come archetipo della purezza, nonché toccasana del corpo. Mentre noi continuiamo a sporcare, inesorabilmente, ciò che ci illudiamo che sia al nostro corpo soltanto intorno. Tornare indietro non credo sia un segno di insuccesso o arretramento. Ripristinare la prassi del vuoto a perdere oggi sarebbe una soluzione ancora moderna. La modernità non si misura soltanto con l’uso di materiali nuovi e abitudini inedite ma, sarete d’accordo, anche grazie a prassi e forme sensate. Gli antichi non erano meno moderni di noi. Siamo affaccendati, pieni, ingombri, saturi, mentre facciamo e subiamo forme e gesti quotidiani insensibili e insensati. ‘Vuoto a vincere ’ è il mio suggerimento, la mia proposta.

Nelle cose che avete detto fino ad ora c’è sempre un elemento che ha delle propriamente fisiche, politiche, antropologiche ed ovviamente poetiche e linguistiche ed è qualcosa strettamente legato alla nostra vita quotidiana come ad esempio l’accesso all’acqua, il diritto ad avere un’acqua sana e pulita o a poter riciclare quella sporca. Spesso la differenza tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e sottosviluppo è data proprio dall’accesso alle fonti dell’acqua o alla possibilità di avere l’acqua per il fare il cibo. Noi viviamo in una società che si è fondata sull’idea che l’acqua è infinita, inesauribile ma quando ci rendiamo conto che ciò non è vero nascono dei problemi tragici e spesso insolubili. Quando l’inquinamento chimico e radioattivo rende inaccessibile le fonti di acqua dolce i territori si spopolano e sparisce ogni forma di vita umana. C’è un’idea fissa di distanza tra mondo umano e naturale che garantisce a entrambi uno spazio in realtà però non è così lo spazio è dato dalle forme della cultura e quelle naturali e siamo noi che stabiliamo se c’è una necessità di purezza e di qualità.

L’acqua è l’elemento che va avanti, è la vita che procede e che cancella le tracce che ha creato per consentirne delle altre. Da lì mi si è accesa un’ossessione che è quella della scrittura e dell’acqua . La scrittura e l’acqua sono all’origine del nostro essere uomini, cioè la comunità umana è nata intono all’acqua ed al segno, alla scrittura ed alla capacità di creare una forma, per cui mettere insieme questi due atti originari mi sembrava che potesse creare un’intensità emotiva che è quella che ha me interessa nel lavoro ed è un tema sul quale sono ritornato qui nella mostra al MACRO.

Ci siamo avvicinati all’abisso di pensare all’acqua come “elemento” da quando i primi scenari del nostro immaginario sono andati a comporsi. Non è un caso che l’acqua è direttamente afferibile all’idea della vita, del divenire insomma è una carta carbone dell’insistenza con cui il pensiero nichilista ancora oggi permane. E’ un po’ fare quest’affermazione ma è così . Venendo qui ho fatto alcune riflessioni su alcune letture, pensavo a Zoar, alla Genesi ed alla Torah soprattutto. Le acque si dividono due volte se andiamo a rivedere le Scritture , mentre oggi l’immagine più consueta sul piano della trasmissione simbolica, immaginaria è “l’idea di continuità”, qualcosa che percorre un tragitto per un certo tempo perchè poi entra in un’area che non la restituirà mai più poiché affonda nel nulla e non sorgerà mai più, questo è l’archetipo che permane ed è stato ed è ancora uno degli elementi che più nutrono l’arte nel senso che continuano produrre quel sentimento di desiderio che è la molla di alcuni atteggiamenti anche letterari.

Questo incontro mi ha avvicinato ad un libro che ho letto un po’di anni fa’che è di autore tedesco Teodoro Schwenk dal titolo “Il caos è sensibile”. La curiosità è che questo libro, che ho ripreso grazie all’invenzione di stasera che viviamo, l’ho letto circa quindici volte ma a voi lo leggerò una volta sola e spero così di comunicarvi con questa lettura le stesse cose che lui ha comunicato a me. “Dove c’è acqua la vita può essere attiva nella sostanza; dove manca viene a cessare questa possibilità. L’acqua esiste come elemento del vivente e ogni volta che può strappa la vita alla morte. E’ la grande guaritrice di ogni malattia dove questa si manifesti come perdita di un equilibrio. L’acqua anela sempre ad un equilibrio pieno di vita, mai ad un equilibrio stabile in cui la vita si spegnerebbe. L’acqua è ovunque mediatrice tra gli opposti, che si intensificano dove essa manca. Riunisce il contrastante, il separato, creando continuamente del nuovo. Scioglie forme irrigidite e le restituisce alla vita. Di per sé l’acqua rimane chimicamente neutra, tuttavia si collega con altro quando il solido si oppone troppo alla vita. L’acqua non vuole nulla per se stessa, si dà ad ogni cosa e non pone mai domande sulla figura che deve assumere quando viene usata da una pianta, da un animale o da un uomo. Li colma tutti con la stessa dedizione. Ovunque “rinuncia” e una volta terminata la sua attività di mediazione si ritira per essere disponibile per nuove creazioni e mediazioni. Essendo un essere puro, può anche detergere, rinfrescare, guarire, rinforzare, vivificare e purificare tutti gli altri esseri(…) “L’acqua è l’elemento del contrasto altruista, del passivo esistere per l’altro, la sua esistenza consiste dunque nell’essere per l’’altro (…) E’ sua determinazione non essere ancora qualcosa di particolare(…) L’acqua non si chiude alla luce come fa il corpo solido, ma si mantiene chiara e trasparente; raggiunge la pienezza delle possibilità luminose nel puro giuoco di colori dell’arcobaleno. E’ mediatrice altruistica delle impressioni del mondo visibile nell’occhio, di quelle del mondo udibile nell’orecchio. Ma si apre anche alle armonie e agli ordinamenti celesti, che trasmette al germe dell’uomo in divenire avvolgendolo interamente. E’ mediatrice tra questi ordinamenti e l’uomo pensante grazie alla sfera liquida con cui circonda il suo organo di pensiero. Sottratta in ampia misura alla pesantezza, mantiene la via di mezzo tra Terra e cosmo; non si perde mai nell’una o nell’altro e tuttavia rimane intimamente collegata con entrambi, intrecciandoli in una circolazione senza fine. L’acqua mantiene la via di mezzo tra gli estremi dell’irrigidimento e della volatilizzazione e resta capace di metamorfosi. Da essa proviene l’abbondanza di figure dell’universo, come un’eco degli eventi celesti in perpetua trasformazione.L’acqua costituisce per l’uomo e per la natura animata non solo il fondamento della vita corporea; ciò che per l’uomo può essere il fine del suo sviluppo spirituale, lo troviamo prefigurato come in un grande quadro nelle qualità dell’acqua. Nelle proprietà dell’essere acqueo si vedono sempre i fini dell’anelito umano stesso: rinuncia alla fissità del pensiero, ai pregiudizi, ad ogni intolleranza nei confronti del diverso. Attraverso la capacità di accettare tutto ciò che è altro e di imparare a comprenderlo nella sua essenza, imparando a collegare gli opposti in una superiore unità, l’uomo si conquista l’altruismo in una vita anemica limpida, risanatrice, luminosa. Oltre ad essere d’aiuto per l’uomo al suo ingresso nel mondo terrestre in quanto mediatrice di forze celesti, l’acqua può condurlo anche a una rinascita del suo essere spirituale.”Da “Il Caos sensibile” di Theodor Schwenk, edizioni Arcobaleno, Oriago, Venezia 1992; pp.96-97

La formula chimica dell’acqua H2O non vuol dire niente tant’è che l’acqua minerale non ha questa formula ma è acqua che ha dentro tante altre cose.” “L’acqua fondamentalmente è l’impronta digitale della terra”, non esistono due acque uguali in natura ognuna è diversa dall’altra. In fondo, se lei ci pensa noi siamo nati nell’acqua, il liquido amniotico è acqua ed il nostro corpo è fatto per il settanta per cento di acqua, nei bambini è addirittura l’ottanta per cento.

Trovo che lo stimolo di Mario sia fortissimo e tra l’altro credo che stia un po’ inaridendo in una sorta di discorso post-ecologista ovvero l’artista lancia uno spunto di tipo ecologista e l’industriale lo rifiuta e questa mi sembra la strada sbagliata da percorrere. La strada che invece tu stai percorrendo, che trovo assolutamente perfetta, è quella della “fertilizzazione incrociata”. E’molto interessante la posizione quasi stizzita dell’artista e dell’imprenditore in cui l’artista lancia una “lenza molto lontana” e l’uomo della realtà dice che “oltre una certa gittata la fisica non te lo permette”. Quello che hai detto è al di là del reale. In realtà è questa la funzione dell’artista, egli deve andare al di là del reale o del possibile o a quanto è stato possibile fino a quel momento. Lo stimolo molto forte che ha dato questo incontro, io stesso sono rimasto molto affascinato sia da voi che non avevo mai avuto la fortuna di conoscere prima e sia per la profondità della riflessione e tutto questo non può essere declinato sulla riflessione su un prodotto o un progetto. Ciò che trovo veramente affascinante è in realtà è a partire dai questi stimoli di così alto livello si mette in discussione la stessa percezione dell’oggetto di cui stiamo parlando in questo incontro, oggi è l’acqua, l’altra volta era il vino e magari la prossima volta sarà la plastica. Noi stiamo facendo una riflessione sull’acqua in sé e da qui può nascere di tutto, un nuovo tipo di comunicazione, di approccio e di distribuzione ma questo non è un problema nell’immediato. Il mio problema è scardinare l’acqua dal suo limite fisico e commerciale e dare all’artista delle informazioni di tipo completo che possono essere utili per far si che uno stimolo artistico si realizzi ad esempio in un oggetto. L’osservazione molto importante fatta nei primi anni del Novecento su questo oggetto bellissimo che è il depuratore, di cui ci parlava anche Annie Ratti, oggi però non è più valida perché ci sono nell’acqua delle sostanze che prima non erano presenti nei nostri fiumi o liquami. Vorrei confermare il mio grande apprezzamento per questo stimolo di altissimo livello ed invitare tutti ad apprezzare la possibilità di confronto. Inoltre secondo me occorre valutare da una parte l’assenza totale del limite e dall’altra la presenza del limite stesso come stimolo per progredire sulla riflessioni di temi molto importanti.

Ho ascoltato con grande interesse tutti gli interventi ma devo fare un commento ovvero nessuno ha detto che “l’acqua spegne il fuoco”. Questo lo dico perché la Fondazione Baruchello nel mese di Agosto è stata circondata da un pericolosissimo incendio che ha bruciato circa un chilometro mezzo di pini davanti alla nostra sede e noi siamo stati li a lavorare con le catinelle d’acqua ed i pompieri sono arrivati un’ora dopo. Mai come in quel momento ho desiderato l’acqua.

D/A/C 8: MIDDELBURG - De Kabinetten van de Vleeshal

14 settembre 2012, Dick Anbeek, Lorenzo Benedetti, Jean-Baptiste Decavèle, Piet Dieleman, Bert van de Linde, Dora Stiefelmeier

Estratto 8. incontro D/A/C, Middleburg,

Voglio partire con un esempio su quello che intendiamo quando parliamo in un linguaggio DAC (Denominazione Artistica Condivisa).
A John Koermeling che era presente nel nostro primo incontro DAC a Middelburg e che è allo stesso tempo un architetto ed un artista, da un Municipio olandese è stato commissionato un nuovo ponte perché la città aveva grossi problemi di traffico urbano. Koermling accettò di elaborare un progetto, ma dopo aver studiato la situazione, invece di progettare un nuovo ponte, era arrivato ad una conclusione diversa. Di ritorno al Municipio dichiarò: non avete bisogno di un nuovo ponte. Ho organizzato il vostro traffico in un modo nuovo e il ponte non serve. I collaboratori del Municipio erano molto sorpresi, ma la loro sorpresa aumentava maggiormente quando arrivò la sua fattura per il non ponte. Infatti il suo progetto era immateriale, era però un beneficio per la città, non solo in termini economici , ma anche in termini di una migliore organizzazione dello spazio urbano.
Yona Friedman già molti anni fa’ disse che l’architettura non è solo costruzione ma è anche organizzazione dello spazio. Questo è molto interessante perché lascia le cose aperte, offre l’opportunità di collaborare.
Penso veramente che l’organizzazione dello spazio sia una grande sfida.. Il progetto di Yona Friedman e di J.B. Decavéle per il Vleeshal è essenzialmente una nuova concezione dello spazio, uno spazio pensato come una nuova forma di museo. E’ un progetto che intriga e provoca gli artisti. Per esibire il lavoro in questo nuovo spazio, gli artisti hanno bisogno di una percezione totalmente nuova e questo significa che debbono ripensare il proprio lavoro. Vuol dire muovere il mondo dell’arte in una direzione molto positiva.

Negli anni Sessanta Yona Friedman aveva preso parte al bando per il Centre Georges Pompidou che finalmente è stato vinto da Rogers e Piano, con l’edificio che c’è tuttora e che costituisce un esempio importante di architettura contemporanea per musei. Yona allora aveva fatto un passo ulteriore in direzione di un rinnovamento. Questo passo era molto importante come prospettiva. Yona voleva un museo in continuo cambiamento. Infatti aveva progettato un museo non finito, non statico, un edificio che poteva cambiare in corrispondenza con ciò che veniva esposto. Questo è una tematica molto interessante rispetto alla relazione tra arte ed architettura.

Voglio ringraziare Lorenzo e la Vleeshal per averci invitati a costruire una Iconostase. Questo progetto coincide totalmente con il nostro discorso attuale. La nostra Iconostase permette l’estensione architettonica del museo in modo immediato. Se chiedi a Yona Friedman di fare una Iconostase ad esempio qui alla Vleeshal, prima di tutto lui prenderà in esame lo spazio. Lorenzo ci ha mandato delle foto dello spazio e Yona ha fatto un collage di una struttura tridimensionale per mostrare a noi stessi, a Lorenzo e alle persone coinvolte con l’installazione che aspetto avrebbe avuto la struttura proposta. Ma quando qualcuno vuole realizzare una Iconostase, il passo successivo, il principio è: Fatelo voi stessi! L’idea è che sia fatto dagli utenti e per gli utenti, in questo caso quelli che lavorano per il museo. Io ho fatto un adattamento del modello. Per me è molto importante di lavorare con Yona Friedman. Lui da a me – un cineasta e fotografo – un incredibile campo di esperienza per considerare e capire lo spazio e, conseguentemente, per riconsiderare il proprio lavoro. Io faccio un adattamento dell’idea di Yona nel modo che lo fa un cineasta. Quando lavoro con un altro architetto o un altro professionista, sempre mi vengono imposte delle direttive. La cosa incredibile con Yona è che lui vuole che io segua il mio proprio indirizzo.

Iconostase 150, De Vleeshal Middelburg, 2012
Yona Friedman, spatiale adaptation Jean-Baptiste Decavèle
Courtesy JBD & YF

Iconostase 185, Antinori Bargino, Italy
Yoan Friedman 2012
Spacial adaptation Jean-Baptiste Decavèle
JBD &YF tous droits réservés

Yoan Friedman 2012
Spacial adaptation Jean-Baptiste Decavèle
JBD &YF tous droits réservés

L’Iconostase è essenzialmente una struttura di anelli. L’idea si basa su tre diverse forme geometriche, il tondo, il cubo e il triangolo. Poi c’è un’ulteriore forma più complessa. A partire da queste forme comincia la costruzione. Yona ci ha dato solo un piccolo disegno. Io sono venuto qui ed ho iniziato a parlare con la gente, con tutto il team del museo, poi, basato sulla mia comprensione dello spazio, abbiamo cominciato a costruire la Iconostase. Il mio compito è di trasformare il disegno in spazio. Questo processo involve ovviamente la mia personale impressione dello spazio e la mia capacità di estendere un disegno spazialmente per creare un nuovo spazio espositivo.

L’architettura per musei che Friedman e Decavéle stanno sviluppando ruota intorno alle idee, intorno alle persone. Si paga un prezzo per una tale architettura basata sulla mobilità. La novità è di considerare le persone, i visitatori e il contenuto come parte integrante della forma. La forma è modulare, facile da cambiare, trasportare, trasformare, una forma che permette di creare una energia e una sinergia tra i differenti segmenti e le differenti relazioni che il museo intrattiene. Si instaura un grande dialogo, un punto di vista critico sul tema del contenuto in relazione al contenitore.
Fondamentalmente questa struttura al Vleeshal è una macchina da usare, una macchina creata da un architetto per uno spazio espositivo all’interno di un museo dove i visitatori possono portare delle cose da mettere in mostra. Questo significa che un’opera è aperta a tutti, non solo agli artisti. E’ una struttura in movimento che cambierà nel corso delle settimane.

Quali elementi ci proponete, tu e Yona Friedman, quando parlate di un’indicazione per poter riconsiderare le cose? Quali caratteristiche occorrono per poter fare le cose in modo diverso?

L’indicazione si basa su una prassi di natura quasi tecnica, si tratta di un processo in cui, se tutto procede per il verso giusto, si arriva ad una visione comune. Posso non essere d’accordo con te su alcuni argomenti ma credo che ci sia un livello di complementarietà. Iconostase è meravigliosa perché c’è un incredibile livello di complementarietà, non solo con la costruzione ma con le persone con cui ho lavorato. C’è bisogno di complementarietà nella prassi, complementarietà nei gesti per costruire qualcosa. Per me il processo è un’affermazione. Non solo è stato possibile realizzare questo progetto ma anche espanderlo. La domanda è: come si può vivere in questo tipo di costruzione? Quando la vedi esposta alla Vleeshal sembra un disegno molto sorprendente. Ma è possibile renderlo abitabile ed è anche possibile realizzarlo all’esterno.
Noi con i nostri progetti non facciamo mai una questione di potere. Ciò porterebbe ad una situazione conflittuale. Ma ci sono spesso problemi di malinteso. Si tratta di mettere insieme delle possibilità e queste possibilità permettono di creare piattaforme per la gente, per tutta la gente. In questo caso erano gli attori all’interno del museo, dal tecnico al curatore, dall’artista al pubblico. Yona Friedman ha creato una modalità molto rigorosa, una tecnica di adattamento. La cosa che veramente apprezzo con lui è la libertà che offre. Lui mette in gioco l’immaginazione di tutti e le complementarietà. Certamente ci sono approcci differenti, c’è l’approccio tecnico, c’è il rapporto con il cliente, ma si tratta sempre di complementarietà.
Non c’è una regola generale, una struttura si inizia semplicemente lavorando insieme ed il campo è totalmente aperto. La sola regola è che tutto deve essere basato sulla complementarità e occorre essere concordi sul fatto che abbiamo bisogno di lavorare insieme per costruire nuove forme in qualunque campo. Può essere architettura o arte, pubblicità o altro. C’è sempre una sorta di curiosità verso l’altro, e bisogna aver fiducia nel sapere dell’altro. Per costruire Iconostase si deve essere precisi nell’organizzazione e nella struttura. Certo, so come deve essere data una direttiva, cosa vuol dire concludere una trattativa e quanto sia difficile spingere qualcuno a farlo, dobbiamo essere molto seri e precisi senza alcuna incertezza.

Penso che c’è un punto centrale in tutta questa discussione, il fatto di mettere insieme diverse procedure, diversi modi di vedere la stessa e medesima cosa. Si moltiplicano le possibilità. Il vantaggio per i produttori è avere a disposizione il punto di vista dell’ artista che apre scenari e paesaggi che è molto importante prendere in considerazione. Anche negli affari c’è bisogno di visione. La cosa importante è aprirsi, mettere insieme vari campi. Questo è un elemento molto importante.
C’era un ottimo esempio in Italia con Adriano Olivetti, una Società molto importante in quegli anni. Ad Ivrea Olivetti aveva creato un villaggio dove erano ospitati i migliori architetti, artisti e designers del paese per poter collaborare. Olivetti aveva capito che ogni cosa è legata ad un’altra. Non puoi separarle. Tutte le varie discipline creano una sola cultura, una sola situazione. Questo si intende quando si parla di piattaforma. E c’è bisogno di avere innumerevoli attori perché il mondo sia percepito da diversi punti di vista.

Penso che siamo veramente fortunati a poter vivere in un processo inclusivo. Penso che abbiamo un’incredibile situazione di coesistenza nel nostro mondo occidentale. Quando coesisti non devi attendere le cose perché sono già lì. Ovviamente nello scambio ci sono dei décallages di tempo. Io non mi sento mai frustrato nell’aspettare perché credo nel processo attivo e credo che c’è bisogno di tempo affinché le cose possano diventare concrete. Ci vuole tempo per avere un’intesa reciproca. Ma è incredibile vedere che noi abbiamo questa realtà attiva.

Hai bisogno di ingredienti per creare qualcosa. E ‘ molto importante che ci sia la stessa sensibilità, una specie di risonanza. La risonanza è qualcosa che arriva alle persone attraverso la comunicazione, le emozioni, le idee. E’ qualcosa che puoi paragonare al suono, alla musica. Il suono è il primo elemento della comunicazione. Penso che il progetto che abbiamo qui ora la Museo Vleeshal è legato all’idea del suono. Questa moltiplicazione di anelli nello spazio è quasi un’idea acustica. C’è un legame molto importante tra architettura e suono. E’ fantastico poter vedere una così perfetta risonanza. L’architettura di Friedman è fatta di idee e non di immagini. La Vleeshal, un’architettura gotica che risale a molti secoli fa’, funziona ancora come un perfetto spazio espositivo. Esso offre una prospettiva completamente nuova ed è l’idea alla radice di questa architettura che lo permette. Un artista può sempre avere un dialogo, non solo con la società contemporanea ma anche con la storia. E’ per questo motivo che si può creare un perfetto spazio espositivo in un edificio costruito secoli fa’. Gli artisti sono sempre in grado di dare un’interpretazione, di ricreare, di ricostruire uno spazio, ma non solo uno spazio fisico. L’artista considera anche il concetto di tempo legato ad esso. La Vleeshal è allo stesso tempo antica e molto nuova e dobbiamo considerare il fatto che al tempo in cui fu costruito era un’architettura rivoluzionaria, molto forte che ancora oggi è viva. Puoi avere un dialogo molto aperto. Lo spazio per l’arte contemporanea non è necessariamente il Cubo Bianco.

Molti architetti ed urbanisti fanno riferimento agli artisti o considerano i rapporti con l’arte qualora la cultura è coinvolta.. Tutto questo è significativo, ma devi vedere se poi alla fine è necessario. Dipende dal progetto, dalle richieste. Dobbiamo elaborare tutto questo. L’azienda potrebbe essere confrontato con un elemento dove un determinato impatto è d’aiuto. Lo dobbiamo prendere in considerazione. Il prossimo passo, poi, è vedere se l’accettazione è reciproca, se dalla parte dell’artista c’è la volontà di cooperare. La prima cosa che dobbiamo fare è capire ognuno il mondo dell’altro. C’è molta manchevolezza, per essere sinceri. Questa è la cosa su cui dobbiamo lavorare per prima. Certo è che entrambe le parti possono trarre vantaggio. Non sono sicuro però che nel campo complessivo dell’architettura ci sia questa relazione tra arte ed architettura. Gli effetti culturali nelle varie aree del mondo hanno un grande impatto sul nostro lavoro. Quando ad esempio guardi agli Stati Uniti vedi che il business ha un grande impatto. In America gli architetti cercano il più delle volte di seguire quello che vogliono i clienti.

Direi che non c’è una regola. Tutto è possibile.
Ognuno di noi ha il suo campo d’azione, ragiona e lavora all’interno del suo campo. Ma poi per qualche motivo ti devi connettere con altri campi, ne sei attratto e così ti capita di risolvere cose nuove. In fatti questo è l’unica regola. Forse c’è un bisogno per queste nuove cose, ma non sono necessarie. Può anche semplicemente essere un lusso fine a se stesso..

Abbiamo ricevuto un invito per un progetto molto speciale a Londra che riguardante un complesso di appartamenti tra i più costosi del mondo, e ci hanno chiesto di elaborare quello che loro chiamano “un muro che protegge la privacy di appartamenti di lusso”, dove vengono impegnati materiali di lusso, perle, da sottoporre a un trattamento chimico di impermeabilizzazione. I nostri clienti volevano che un artista inglese si occupasse di questa committenza e che venisse nella nostra azienda in Olanda ad elaborare il suo progetto. La proposta non ci piacque particolarmente perché eravamo preoccupati su quello che avrebbe potuto significare la presenza di una persona esterna nella nostra azienda. Avrebbe probabilmente influenzato il nostro programma e lo consideravamo un pericolo. Ho chiamato Piet perché sapevo che lui era in grado di fare questo lavoro ed abbiamo convinto il nostro cliente che ci saremmo affidati alle nostre capacità in questo campo invitando l’artista Piet Dieleman. Il nostro cliente accettò. Con Piet ci siamo sentiti sollevati perché potevamo parlare con qualcuno che conoscevamo e di cui ci fidavamo perché noi dovevamo rispettare il nostro programma. Piet, con un adeguato trattamento delle perle, non solo realizzava un’opera artistica, ma proteggeva anche noi dicendo che cosa poteva essere fatto o meno all’interno del nostro programma industriale. Questo decisamente era una cooperazione molto valida.

Il nostro progetto di Londra implicava la patinatura di alcune parti della facciata. Patinatura significa colorare metallo. Si inizia con un processo di ossidazione con un determinato colore in modo a dare all’ossidazione una certa direzione. Mi hanno chiesto di cambiare l’aspetto della superficie smaltata. Io sono un artista che lavora con i colori, ma di solito lo faccio quadri. Qui ho intrapresa un modo totalmente diverso di lavorare con i colori.

Tu hai protetto i confini del progetto?

Si. Tutti possiamo esprimere qualcosa sui colori, i colori sono una cosa abbastanza soggettiva. Ma se sei un artista vieni considerato come uno specialista. Se hai una certa opinione, questa viene rispettata. Da questo punto di vista puoi creare un accordo con qualcuno. Quando ho detto che va bene tutto, io in realtà avevo dei limiti e quei limiti per me erano irrinunciabili. Con gli architetti questi limiti sono stati molto importanti perché essi del caso della Drukereij erano legati al rilascio della licenza edilizia e quando si crei problemi in questa materia, crei veramente dei pasticci e rischi di perderti per strada.
Le cose che portano un beneficio avvengono spesso in modo pragmatico. A volte ti trovi a risolvere un problema che non può essere risolto normalmente. E questo è quasi sempre l’attitudine di un artista. Diciamo che l’atteggiamento dell’arte non è normale, regolare, non produce delle non avrebbe potuto creare una nuova facciata per l’edificio perché questo si trova in una area protetta della città dove non si può intervenire sulle facciate. Non era possibile dare all’edificio un aspetto di negozio. Il proprietario una volta mi ha chiesto: “Cosa ne pensi del negozio?” Gli ho risposto: “E’ un bel negozio solo che non si vede che è un negozio.” Rientrando a casa mi sono trovato un suo messaggio sulla mia segreteria telefonica. Mi chiedeva che cosa significava la frase che gli avevo detto. Quello che avevo voluto dire è che tutti gli architetti avrebbero fatto un progetto per la facciata. Io invece pensavo che non bisognava fare qualcosa sulla facciata, ma davanti alla facciata. Ho discusso l’idea con Bert e in poco tempo siamo arrivati alla conclusione che bisognava fare un grande pannello di vetro per l’edificio, una superficie allo stesso tempo visibile e non visibile, come il vestito dell’Imperatore che è molto bello, ma non c’è. Abbiamo iniziato con un processo molto complicato perché la famiglia dell’architetto era contraria alla nostra soluzione, non la volevano perché la consideravano un affronto all’architetto stesso.

Questo fatto che è accaduto un po’ di tempo fa, ma me lo ricordo ancora ed è stata un’esperienza emozionante. Dobbiamo sempre essere umili quando ci troviamo davanti all’artista o ad un architetto perché loro vengono da noi con delle idee, ce le propongono e ci spiegano come secondo loro dovrebbero essere realizzate. Come specialisti noi immediatamente pensiamo che quello che propongono non è possibile, che loro sono pazzi ecc. Naturalmente ci sono sempre molte cose che devono essere riviste. Bisogna vedere se le cose sono fattibili, se il peso regge, se possono essere realizzate in città da un punto di vista estetico. Ci sono molte cose che sorgono, che devono essere risolti, ma alla fine della giornata ci diciamo che il nostro compito è quello di rispettare l’idea originale dell’architetto. Non ho lavorato molto con gli artisti, per il momento Piet è l’unico. Lavoriamo però con architetti del mondo intero e quasi tutti hanno lo stesso atteggiamento. E devi andare avanti, trovare una soluzione, discutere dei problemi uno per uno e vedere che cosa è possibile e che cosa non lo è. Noi portiamo le nostre conoscenze tecniche, trasformiamo le idee in disegni e poi ridiscutiamo. Alla fine arriviamo al punto in cui diciamo che si può fare, che forse non è esattamente ciò che si voleva, ma che la soluzione rispetta le aspettative artistiche. Allo stesso tempo è una soluzione che può essere approvato dalle Autorità locali. Così vai e lo realizzi.

Tu parli con molto rispetto del potere degli artisti. Mi chiedo se Piet come artista ha anche un’influenza su di te in quanto capo dell’Azienda? Con le sue idee? Oppure questo sarebbe troppo onore per Piet?

Lui ha sempre un’influenza su di me. Quando ho letto l’invito per questa tavola rotonda non ho esitato un momento. Ma detto ciò, sono nella posizione di poter dire qualcosa in modo professionale sull’arte o sulla relazione tra l’arte ed architettura. Mi faccio però la domanda se gli artisti possono essere coinvolti in un processo industriale o manifatturiero solo per la ragione che sono creativi? Come azienda noi lavoriamo con i grandi architetti ed abbiamo quindi bisogno di creatività. Non sarà una creatività in termini di arte ma abbiamo bisogno di designers creativi che non siano solo persone che vogliono fare carriera. I nostri designers devono essere motivati, devono avere un’urgenza di fare e quello che fanno lo faranno probabilmente per il resto della loro vita. Ma nel nostro caso devono lavorare con un occhio al costo, alle aspettative architettoniche, in sintonia con le esigenze dei nostri programmi e delle richieste specifiche. Può darsi che questo non sia sempre così creativo ma alla fine è solo questo che conta. Spesso discutiamo su come dovrebbe essere il profilo dei nostri designers. Crediamo che il miglior designer sia quello che lavora con passione e non il tecnico di stampo carrieristico. Credo che automaticamente ci avviciniamo alla definizione che vale per l’artista.

Qual’era la reazione al progetto di Piet nell’azienda?

Penso che la gente trovava molto eccitante che avevamo un tale progetto, diverso da tutti gli altri perché coinvolgeva un artista. E’ stato accolto con grande entusiasmo. Certo è bello dire questo. Ma poi concretamente: che significa alla fine di una giornata se si dice che si vuole cambiare. Ci ho riflettuto molto, ma non ho una risposta. So solo che dobbiamo continuare a provare. Tra Piet e me c’era una coincidenza, non un processo lavorativo. E’ semplicemente successo. E’ stato un’esperienza molto buono e un progetto meraviglioso. Ma che incidenza ha sulla mia azienda? Per noi l’idea stessa dell’arte è molto difficile da cogliere. Siamo abituati a lavorare per i clienti che hanno le loro richieste. Solamente in situazioni molto particolari c’è una possibilità per l’arte, cioè, in progetti adatti all’intervento artistico. La domanda è anche se la creatività debba sempre avere come risultato un’opera d’arte o di architettura. Forse può anche indirizzare verso soluzioni molto efficienti, ma non visibili. Ma se questa è una competenza degli architetti o degli artisti e se questa competenza può essere tradotta in un processo industriale che supera l’immaginazione del nostro team aziendale, l’effetto può essere molto forte.

D/A/C 7: VENEZIA - Biennale, Padiglione Italia

2 settembre 2012, BIENNALE DI VENEZIA – getulio alviani, Giovanna Felluga, Flavia Fossa Margutti, Alessandro Lai, Maurizio Molini, Paolo Naldini, Mario Pieroni, Ferdinando Vicentini Orgnani, Luca Zevi.

Estratto 7. incontro D/A/C

Si è parlato all’interno dei vari incontri DAC del tema della produzione, in particolare di quella industriale ma la cosa importante è affiancare quest’ultima alla produzione culturale ed a volte i percorsi che esse fanno sono paralleli. Anche la Fondazione Cittadellarte di Michelangelo Pistoletto fa produzione culturale e ciò crea le basi di tutto il lavoro che quest’ultima svolge di continuo.

Nel mio percorso ho tentato di portare gli artisti all’interno di aziende in modo da farli cozzare violentemente con gli imprenditori e con le loro aziende , ed è stato molto interessante vedere non solo come l’artista entrava in empatia con le materie stesse all’interno delle varie imprese ma anche vedere come l’imprenditore, non propriamente addentrato nel mondo dell’arte contemporanea, fosse emozionato da questo rapporto. Questo dimostra che l’arte, a sua volta, ha un problema di carattere produttivo, di tecnologia, di ricerca che si accomuna con un filo diretto alla produzione industriale. In questo l’architettura, di cui io mi faccio direttamente paladino, ha una forte responsabilità che è quella di essere l’elemento coesivo per tenere insieme le diverse discipline al fine di dare un risultato armonico e produttivo.

Il tema fondamentale è quello della condivisione, e lavorando per anni al fianco di artisti ed imprese abbiamo constatato che c’è un’simmetria tra la ragione che muove l’artista e quella che muove l’impresa e questo è dovuto ad un “discostamento” di orizzonte temporale.

La sfida di questo Padiglione è stata quella di dire che se si crea un rapporto, “un common ground” fra cultura ed impresa non se ne avvantaggia solo quest’ultima ma anche la società. Questo Padiglione Italia è nato da un tentativo di capire cosa sta succedendo all’interno del territorio ed abbiamo visto che quello italiano è invaso da una miriade di piccole e medie imprese, con prodotti di eccellenza che hanno sfidato i mercati internazionali ma che hanno però un impatto sul territorio non sempre positivo. Queste imprese sono appunto distribuite e situate in piccoli centri ed hanno una certa dimensione “comunitaria”, poi dopo aver raggiunto una certa consistenza, oggi hanno il “bisogno commerciale dell’architettura” in quanto hanno capito che c’èra la necessità di avere una qualità dal punto di vista strutturale.

Ho progetto-ricerca che si chiama Arte e Industria con il quale ho tentato, ed in alcuni casi ci sono riuscito, di far lavorare insieme le due entità. Siamo arrivati qui con Michelangelo Pistoletto, attraverso Ram radioartemobile che ha portato alla Biennale questa figura dell’arte italiana e internazionale. L’opera conclude il percorso del Padiglione Italia, curato dall’architetto Zevi, che non a caso quest’anno inizia il proprio discorso parlando della figura di Adriano Olivetti . Il “grande l’imprenditore” aveva individuato il problema della ”risorsa umana”, cioè l’uomo come elemento fondante della produzione industriale.

Piccola e media impresa, capitalismo di territorio e necessità di architettura ci ricordano qualcosa e la Olivetti che era la prima in ordine cronologico è nata in questo modo, questa è l’operazione che noi vogliamo fare. Con l’architetto Robino abbiamo pianificato nel corso di questi tre mesi un convegno olivettiano che si chiama Realizzare il massimo profitto ad Arte , con l’intento di dimostrare che tutti gli investimenti che Olivetti ha fatto in architettura, cultura ed arte sono tutti investimenti che hanno dato un contributo importante nella ricerca scientifica ed artistica e questo modo di agire negli anni è stato ed è ancora attualmente da esempio per molte imprese nate successivamente . Se si vogliono fare i soldi la cultura è indispensabile. Il denaro è venuto fuori distruggendo il territorio ma se si vuole ottenerlo ora dobbiamo ripararlo ed è per questo motivo che si deve avere un rapporto forte con la cultura e con certe “esigenze” dettate dalla società .

L’opera di Michelangelo Pistoletto che si attesta nel Giardino delle Vergini, prospiciente al Padiglione, come un’opera di forte valenza sociale, un’opera che non esiste solo in sé ma che vuole essere, per tutta la durata della manifestazione, un luogo d’incontri del quale questo è il primo. Quest’opera quindi è un luogo d’incontro dove si può parlare di produzione, arte, architettura, risorse umane con l’idea di fare una sorta di “punto zero” sul tema attuale di produzione architettonica e industriale.

La produzione è il tema fondamentale del cinema, in quanto quest’ultimo parte dall’esigenza di mettere insieme molte cose e di trovare i mezzi per poterlo fare , mentre quando si pensa di produrre un film questo non avviene ed in questo momento, anche in Italia, è impossibile riuscire a fare un film. Un film è una condivisione di lavori prodotti da artigiani che , soli in casi particolari, riescono a “inquadrare il cerchio” ed a “trovare un equilibrio che può dare l’idea di qualcosa di speciale” . Sul tema della bellezza sono d’accordo con Alviani nel dire che bisogna continuare a cercarla intorno a noi e che dobbiamo “eliminare la spazzatura che compare davanti ai nostri occhi”. In questo ultimo periodo non ho fatto film, in quanto, ho deciso di non lavorare in condizioni in cui non potevo avere “un controllo”. Ho lavorato con dei produttori con i quali non sono andato affatto d’accordo e il produttore è una figura importante nel film, e da quel momento ho scelto di diventare produttore di me stesso con la conseguenza che ora ho un controllo totale su quello che faccio, anche sulla scelta delle persone con cui collaborare. Realizzare un film vuol dire mettere insieme molte cose, ovvero si vedono gli attori, le inquadrature, i colori, le immagini, i costumi e questo insieme il pubblico lo vede distrattamente. Da qui ho capito allora che è meglio “non fare” ed aspettare di “avere un controllo assoluto” sulle cose.

E’ una coincidenza per noi “modesti artigiani” essere qui attorno ad un’opera d’arte con artisti veri. Il nostro lavoro secondo me è molto lontano da quello che io considero dell’artista “assoluto” come ad esempio Getulio, Pistoletto o altri. Il nostro contributo come produttori, e nel mio caso come costumista sta nel “fare i film di” ovvero nell’avere un contatto “obbligato” con i vestiti ma il nostro lavoro ci porta ad avere un contatto con l’impresa e con i prodotti. C’è un modo chiamato appunto sponsorizzazione, che io trovo orribile perché sembra uno scambio di merce, che mi permette di avere a diposizione per creare dei personaggi all’interno dei film e di avere a disposizione una serie di vestiti grazie alla collaborazione con delle case di moda ecc..
Ci sono diversi modi di avere dei rapporti rispetto a questa cosiddetta sponsorizzazione ed io ho sempre cercato di prenderne i vantaggi rispetto a quello che è la mia parte cioè il film. Ieri si parlava proprio di questo, ovvero di come ci sia stata una deriva nel parlare solo della sponsorizzazione del prodotto dimenticando quello che invece è il prodotto vero, il film, che può essere anche il racconto di una storia e che quindi ha delle “esigenze di comunicazione”. Inoltre è stato molto interessante vedere come il discorso si sia portato dalla parte dei produttori, in questo caso di Ferdinando, che in qualche modo diversamente o similarmente ad un artista cercano di raccontare delle storie usando e lasciandosi usare dall’impresa. Trovo che questa sia una comunicazione molto interessante che non significa pregiudicare la purezza o la libertà anche di un racconto ma che deve essere vista per quello che è cioè delle realtà che si scambiano informazioni. Spesso i risultati che si ottengono sono molto interessanti e secondo me sono indispensabili nel racconto contemporaneo
L’ultima cosa che voglio dire è che ogni volta che mi capita cerco di affondare le mani, nel mio caso la stoffa nell’arte contemporanea. Gireremo insieme a Ferdinando un film al M’ART di Rovereto e gli ho proposto di creare dei costumi ispirati all’arte futurista, quindi all’ambiente in cui giriamo, ma anche a quella contemporanea, quella di Botta e degli architetti odierni.

Da quando Ferdinando ci è venuto a parlare del suo film siamo stati subito convinti dell’ottimo lavoro che ha svolto e vi abbiamo anche partecipato anche perché volevamo dare del Museo un’idea di luogo di “partecipazione”, della “bellezza”, della “formazione” che sono stati un po’ i temi anche di questo incontro. Il Museo si sta attivando ad usare la parola formazione non solo verso il pubblico ma anche della comunità imprenditoriale trentina. A dieci anni dall’apertura del Museo ho capito che esso doveva diventare un luogo per migliorare me stessa e per questo abbiamo iniziato a collaborare con Ferdinando, nel senso che siamo stati di aiuto a loro facendo incontri, visite allo scopo di far guardare l’arte con occhi nuovi, e lui e la sua squadra hanno visto nel Museo la possibilità di trasformarsi e per noi questo è stato un successo. Da qui è nato il progetto Arte e Industria per far diventare il Museo un luogo d’incontro delle aziende che guardano all’arte come forza, energia, positività, voglia di trasformarsi e di crescere. Il Museo non è soltanto un luogo di conservazione, esposizione e valorizzazione delle opere d’arte ma è un luogo anche di partecipazione, forza e capacità.

Come si può far interagire il linguaggio dell’imprenditore con quello dell’artista al fine di raggiungere un obiettivo comune? Il progetto nato a Cittadellarte nel 2005 che si chiama Forme in movimento – Ambasciata per il territorio italiano ha proprio l’obiettivo di portare le imprese italiane del “saper fare” nel mondo. Questo progetto è iniziato localmente, a Biella ed alcuni imprenditori biellesi sono venuti a Cittadellarte per chiederci come potevano portare i loro prodotti, le loro eccellenze in giro per il mondo, allora prima la Fondazione e poi io in prima persona abbiamo portato avanti ciò che avevamo iniziato e poi abbiamo ideato I Cubi in movimento. Ho invitato degli artisti di tutto il mondo provenienti dall’ Università delle idee ed ho detto loro di creare ognuno un cubo di piccole dimensioni e di farli poi realizzare da aziende artigiane di eccellenza con vari materiali, ad esempio legno, ceramica, vetro, ferro. Ogni artista doveva creare questo cubo per presentare uno dei prodotti di queste aziende, prodotti prevalentemente enogastronomici ma non solo. Siamo partiti con un’esposizione di otto cubi, abbiamo proseguito con sedici fino ad arrivare attualmente a ventidue e questi cubi rappresentano l’ambasciata del territorio piemontese . E’ stato bellissimo vedere come l’artista ha visto e capito le logiche aziendali ed abbia poi cercato di trasmettere i valori di quest’ultima nella realizzazione del cubo, per far si che il pubblico riesca a capire, dal punto di vista artistico, il loro prodotto italiano. Questo progetto viene compreso da tutti, da chi di arte non se ne intende, poiché attraverso il cubo, che è stato ideato da un artista, possiamo conoscere l’impresa ed il territorio circostante.

Cittadellarte Fondazione Pistoletto ha attivato molte traiettorie di connessione e collaborazione con il settore tessile e chiaramente ciò è stato più facile da realizzare quando l’imprenditore ha adottato un’ottica di lungo periodo ed una conduzione di tipo familiare. Il progetto di cui vi voglio parlare ha lo scopo di consorziare le imprese del territorio, portandole in questo modo ad acquisire il concetto di “condivisione”, per la precisione condivisione di un marchio, di un destino, di un problema e di una possibile soluzione ad esso. Ciò non è facile poiché l’imprenditore come l’artista è profondamente consapevole del proprio ruolo e della propria personalità e poi bisogna mettere insieme diverse realtà industriali dal punto di vista storico e solo così si può attivare il concetto di “condivisione” e di “sistema”. Abbiamo raccolto circa quaranta imprese in una piattaforma, un po’ come questo tavolo che si riunisce intorno all’ Italia Riciclata, sotto il nome ambizioso e “marketing oriented” di Best come acronimo di Bioethicalsustainabletrand, quindi un trand o meglio una propensione verso ciò che è etico, sostenibile e bio ovvero legato al “vivente”. Queste aziende non hanno “l’urgenza” immediata di arrivare al consumatore finale poiché non è a lui che si rivolgono e a questo punto subentra la simmetria tra artista ed imprenditore. Se lavoriamo come gli artisti noi non siamo in grado di risolvere il loro problema nell’immediato ne tanto meno possiamo fare una campagna pubblicitaria che faccia vendere in quel periodo più collezioni, ma loro possono dare delle idee o dei suggerimenti su percorsi da seguire che poi l’imprenditore dovrà trasformare da “corrente continua” ad “alternata”. Se noi come organizzazione mediatrice “nascondiamo” questa asimmetria cercando di realizzare immediatamente dei profitti per la nostra impresa creiamo un danno al sistema di generazione dell’energia ed a quello di utilizzo della stessa perché l’energia che realizzeremo sarà di immediato periodo. Questa operazione è molto complessa, ed è per questo che il cuore di Cittadellarte è un luogo di pensiero, di scambio di idee, di pratica, di scuola.

L’ultimo mio piacere l’ho avuto qualche anno fa’ quando un signore mi ha mostrato un ago che non si doveva più infilare. Si apriva la parte superiore dell’ago, infilava il filo, richiudeva l’ago e poi si cuciva. Ecco quello è stato un piacere ed io oggi non vivo di “dispiaceri” ma peggio. Oggi io mi sento diverso rispetto agli anni in cui “il progetto” era tutto perché si creavano delle situazioni innovative assolute. Il consumismo vuole solo errori. Oggi dobbiamo cercare di evitare gli errori, perché il periodo che stiamo attraversando porta solo a commettere degli errori, che oserei dire sono impensabili. La situazione attuale di avanguardia è quella di cercare di non fare nulla perché tutto quello ci circonda è allucinante ed è sorretto da migliaia di parole e progetti che si chiamano tali, in realtà il concetto stesso di progetto ha in sé qualcosa di più serio vedi ad esempio il progetto “d’invenzione del telefono”. Io sono meravigliato da tutte queste parole perché non le sento dire mai in quanto vivo solo, lontano da tutto cercando esclusivamente di evitare gli errori. Gli errori oggi sono dappertutto. Ad esempio qui abbiamo delle costruzioni che sono state fatte in quell’epoca in cui il mattone, il marmo e la pietra erano importanti. Oggi invece dovremmo creare delle situazioni assolutamente innovative “fatte di spazi pneumatici, che si smontano, si portano da un’altra parte, insomma delle situazioni innovative “vere” non a parole. Per realizzare delle situazioni “vere” però occorre avere delle idee enormi. Ideare è una parola forte e come si può pensare di ideare qualcosa quando la propria giornata è fatta di ad esempio vedere la televisione o parlare di gossip? Occorre evitare tutto, fare come me, ovvero vivere soli senza televisione o altro.

Noi architetti però siamo “condannati” all’ottimismo.

D/A/C 5: PARIS - Passage de Retz

14 maggio 2012,ARTISTS PROJECTS IN THE SPIRIT OF D/A/C – Lorenzo Benedetti, Jean-Baptiste Decavèle, Yona Friedman, Jacqueline Frydman, Francoise Guichon, Fabrice Hyber, Arnaud Lejeune, Alban Perennes, Mario Pieroni, Stanislas Pottier, Melanie Rio, Giuliana Setari, Dora Stiefelmeier.

Estratti dei 6 incontri D/A/C in Francia, Italia, Olanda (Montaggio non cronologico che mescola le partecipazioni secondo le tematiche toccate)

Per capire le culture bisogna vedere il comportamento quotidiano, lo stile di comportamento. Evidentemente ci sono vari modi di  comportamento quotidiano. Dico sempre che la vita è normale, tutto il mondo è normale ma abbiamo perso il senso del quotidiano. Ho difficoltà a capire la nozione di cultura, m’intimorisce e ciò non si deve dire, è severamente vietato dirlo. Quello che è importante nell’architettura non è l’edificio, ma l’organizzazione dello spazio. Da molti anni ho nella mia testa una costellazione  che io chiamo Metropoli Europa. E’ la più grande città del mondo con più di 40 milioni di abitanti. Le sue periferie si chiamano Londra, Parigi e Bruxelles. E’ una città immensa collegata da una metro, due ore di distanza tra un agglomerato urbano e l’altro. Un giorno ho proposto Metropoli Europa all’Onu ma nessuno ha capito il mio progetto, era troppo presto. Adesso abbiamo i mezzi per realizzarlo. Non è più un’utopia. Metropoli Europa ha un prezzo ragionevole, non c’è bisogno di nuove città le persone possono rimanere dove sono, nei loro vecchi quartieri. Non ci sono impedimenti oggettivi al mio progetto, il problema è esclusivamente politico. Parlare ancora di “centro” per città come Londra, Parigi o Bruxelles vuol dire fare speculazione immobiliare.

Nella mostra in corso al mio Museo e precisamente al Kabinetten Van de Vleeshal una parte è dedicata al Soundartmuseum che è essenzialmente un grande archivio sonoro. E’ interessante avere un museo che non ha bisogno di  un edificio. Lo spettatore diventa produttore di qualcosa e di conseguenza l’opera diventa uno specchio. Non c’è più consumo dell’opera ma si crea un legame inedito tra le cose che sono esposte ed il visitatore che le guarda. Ciò è anche un modo per far entrare la dimensione del tempo nella costruzione dell’opera.

Cerchiamo di sviluppare insieme alcune riflessioni sull’ecologia e pensare alle soluzioni per l’ambiente. Il paesaggio è innanzitutto mentale, riguarda gli individui, l’etica, il nostro modo di vedere il mondo. Prima di pensare a delle soluzioni ai problemi ambientali dovremmo cercare di rinnovare la nostra immaginazione trovando un modo di pensare che sia ecosostenibile. Dovremmo far propria l’eco sostenibilità all’interno del nostro fare e pensare quotidiano. L’ambiente parte dalla nostra testa. Tutti i giorni immaginiamo il nostro habitat, lo arrediamo con tanti gesti, con tante cose di cui ci circondiamo. Creiamo un rapporto con lo spazio, con gli altri, un rapporto di condivisione. Tutto quello che appare come orizzonte lontano può essere una sfida per immaginare un contesto diverso.  Parliamo di un’idea di ecologia assai intima, mentale.
Si tratta di ripensare se stessi nel rapporto con il mondo. Baruchello per il suo progetto La Scorta è partito dall’idea del riciclo che è una cosa ancora più importante dell’invenzione di nuovi oggetti. Cose che sembrerebbero ormai finite, esaurite, non più funzionali, vengono – anche con l’aiuto della tecnica- recuperate e fatte rivivere sotto altre prospettive. Una bicicletta che viene ripensata da un artista può avere anche una sua componente ironica. Immaginare un politico o un funzionario che scende dal Ministero ed invece di trovare la sua auto blu trova una bicicletta blu e pedala, può essere una cosa spiritosa ma allo stesso tempo mette insieme l’ecologia ed il potere. La bicicletta come qualsiasi oggetto può diventare un’altra cosa, può lanciare una sollecitazione o, come con questo esempio, mettere in crisi il mondo delle istituzioni  di cui facciamo parte.
Un perno fondamentale di questa giornata è la bicicletta. Abbiamo qui dei personaggi che si      impegnano sul territorio. Sono attivi sostenitori e produttori di biciclette, nelle forme più evolute, più ecosostenibili, più all’avanguardia. La bicicletta è diventata anche un po’ un punto di sfida per gli artisti.

Voglio dare la parola all’imprenditoria locale attivamente coinvolta nella realizzazione di questi due progetti riguardanti la bicicletta che ha partecipato con grandissima spontaneità a questa proposta. C’è stata una vera e propria collaborazione a distanza sul  progetto di Baruchello per la realizzazione dell’installazione La Scorta (Ecologia e Potere) per il Museion di Bolzano. Questo vale anche per I wanna be chinese di Rainer Ganhal già realizzato a Bologna e riproposto a Bolzano. Nel produrre qualcosa insieme, nell’essere uno sponsor tecnico che mette a disposizione il materiale all’artista c’è un vero e proprio scambio sia da un punto di vista delle idee che vanno ad incidere sul risultato finale sia per i rapporti anche personali che si creano grazie all’impresa comune.

Questi progetti che nascono intorno alla bicicletta sono progetti per il futuro, progetti che vogliono far pensare le cose diversamente, progetti che servono a spingere un po’ le esperienze e l’uso delle risorse. Si stanno creando nuove piattaforme e questo è molto importante soprattutto oggi in un momento di grave crisi.

Come possiamo unire arte e impresa? In particolare nel nostro caso mettere insieme arte ed impresa ci ha permesso di far fronte al problema della resistenza contro la nostra produzione basata su scorie nucleari. Con l’aiuto di un artista abbiamo lavorato sull’aspetto esterno della nostra costruzione creando un’identificazione della gente con la nostra fabbrica così si è
attenuato il gap tra il mondo tecnocratico della produzione e la società. Solo l’arte può creare un ponte di questo genere. Abbiamo bisogno di creatività e delle forti emozioni che l’artista ci trasmette.

D/A/C, denominazione artistica condivisa è un marchio che sottintende ad un’idea precisa che è quella di portare il mondo dell’arte a dialogare in modo concreto con il mondo del’impresa. Potrebbe sembrare un format già utilizzato ma D/A/C intende spostare gli equilibri. Si  sono creati dei tavoli tra artisti e produttori che si sono confrontano sulla stessa linea per raggiungere un obiettivo comune. In qualche modo l’artista  è diventato sponsor, sponsor di idee , di stimoli. Nel dialogo possono nascere nuovi spunti che andranno ad incidere non solo sui prodotti ma anche sulla comunicazione interna delle aziende.

Molto semplicemente: perché non facciamo un CLUB? Un club in cui partecipano tutti e dove non si paga con soldi, ma con le proprie idee. Un club dove si discute in modo garbato come abbiamo discusso in questi incontri.

Certo la condizione di base del CLUB è quella che voi oggi rappresentate e che si connette con quanto ha detto Jacorossi e cioè che quando l’arte entra in azienda inevitabilmente al centro dell’azienda ci deve essere l’uomo, la donna e questo allarga immediatamente lo scopo, la visione del club.

D/A/C 4: UDINE - Grado, Villa Gordo

4 maggio 2012, ARTS ENTER ENTERPRISE – Vincenzo Antonucci, Gianfranco Baruchello, Maurizio De Concini, Giovanna Felluga, Maurizio Molini, Paolo Naldini, Mario Pieroni, Gianfranco Pizzuto, Daniele Puppi, Carla Subrizi.

Estratti dei 6 incontri D/A/C in Francia, Italia, Olanda (Montaggio non cronologico che mescola le partecipazioni secondo le tematiche toccate)

Dobbiamo riconsiderare il processo con il quale vengono fatte le cose. E’ molto positivo essere circondati da diversi modi d’interpretare e di immaginare le cose. La società di  oggi dovrebbe basarsi sulla condivisione delle idee in rapporto alle rappresentazioni e su una condivisione del linguaggio. Dobbiamo creare delle piattaforme su tematiche concrete. La presenza degli artisti è preziosa perché loro mantengono una distanza di fronte al problema della produttività, essi hanno una libertà interiore.

Negli anni Ottanta non avevo molte disponibilità economiche ed avevo bisogno di produrre delle opere e per farlo ho dovuto avvicinare delle imprese. Molto velocemente mi sono accorto che al di là dello sponsoring c’erano ben altre possibilità. Nel 1989 lavorando ad una grande opera di 22 tonnellate di sapone di Marsiglia ho fatto la mia prima esperienza di collaborazione. Ho scoperto che era possibile creare un partnerariato con le imprese, uno scambio multiplo: materie prime e savoir faire in cambio di pensiero ma anche uno scambio di comunicazione a vantaggio dell’impresa e della sua comunicazione interna e sociale. Per tornare al sapone di Marsiglia: oggi è molto conosciuto ma in quegli anni all’interno delle imprese non era affatto valorizzato. Dal momento però che l’artista lo aveva “toccato”, le cose sono iniziate a cambiare e persino gli operai hanno sentito che il loro lavoro era diventato più importante. In seguito ho voluto intensificare quest’attività creando delle partnership con varie imprese. Io stesso nel 1994 ho creato una società chiamata UR che ha realizzato molti progetti insieme a degli artisti e ho formato una rete, Woulways, con Zerynthia, con la Fondazione Pistoletto ed altri partner in Europa, una rete per produttori di opere d’rate che esiste fin dal 2005. Adesso ho l’opportunità di sviluppare tutto questo in una scuola per realizzatori , una struttura che forma dei giovani sia per realizzare delle opere per conto degli artisti sia per creare una comunicazione interna e scorrevole nelle imprese. Ho creato un nuovo mestiere insomma.

C’è una regola d’oro da osservare ovvero il cliente. Il cliente dell’impresa creata da mio padre è il bambino, dunque un soggetto, un essere vivente. Questo piccolo personaggio accetta come giocattolo solo qualcosa di animato, che si muove, che produce rumori ed è colorato. Il bambino vuole poter scoprire il suo giocattolo, toccarlo, sentire che è  morbido, ripugnante, divertente. Produrre oggetti di materiale plastico è molto impegnativo, si tratta di un procedimento di alta precisione basato sulla stampa ad iniezione che richiede degli investimenti notevoli. E’ una vera e propria scuola di precisione e, dato gli investimenti lordi richiesti, l’imprenditore tende a rimanere bloccato in una produzione industriale di serie senza cercare di svilupparla. Penso che l’artista, il creativo possa essere “utile” per muovere le cose. Occorre ricordarsi che un prodotto è  creato per l’uomo, per un essere vivente e deve attirare la sua attenzione, sedurlo in modo creativo, anche se per farlo a volte diventa necessario cambiare pistone e macchina. L’arte contemporanea è una riflessone sulla società. L’artista può dare ad un imprenditore uno sguardo esterno passando da uno sguardo attivo ad uno creativo e gli imprenditori ne hanno bisogno.  Penso che l’imprenditore deve far dialogare la sua competenza tecnica con le idee dell’artista e ciò può spingerlo a immaginare altre forme di savoir faire.

L’arte fa parte del nostro patrimonio culturale e familiare. Ho sempre detto che il vino fa parte del nostro DNA ma anche l’arte ha la sua parte. Il nostro progetto, voluto fortissimamente da mio padre, è quello di creare un legame con il territorio, con il paesaggio. Invece di costruire un edificio monumentale, abbiamo deciso che proprio il territorio del Chianti Classico doveva essere la facciata della nostra Cantina. La Cantina è tutta interrata con due spaccature nella collina create proprio  per dare luce. Da lontano sembrano due strade, stiamo parlando di 43000 m2 sotto terra, un progetto non di semplice esecuzione ma semplice come concetto. Il progetto dell’architetto Casamonti è moderno ma non trascura la parte tradizionale. Io insisto molto sul contemporaneo e penso che la persona più adatta per l’adattamento della tradizione alle esigenze dell’innovazione sia la figura dell’artista. E’ lui che può avere uno sguardo visionario.

Dieci anni fa’ ho costruito un’impresa su una visione, la visione che ci sono troppe automobili sulle strade dove si è creato un livello d’inquinamento intollerabile. Ho voluto essere “l’attore di un cambiamento”. Ho proposto il car sharing. Cambiare i comportamenti richiede molto tempo. Penso che lo sviluppo durevole sia una guida per l’impresa, poiché esso indica la direzione da prendere affinché la visione iniziale abbia un supporto. Il tempo è qualcosa di prezioso per l’imprenditore. C’è un tempo lungo ed uno corto per l’impresa. C’è una fase iniziale, “esistenziale” dedicata alla scelta di un progetto. Questa fase è propizia all’incontro con gli artisti. Si possono condividere le visioni, fare delle riflessioni insieme a loro. Nella fase operativa non c’è più tempo – parlo della piccola impresa – si è presi dalle esigenze dell’assunzione di personale, dalla ricerca di finanziamenti e dallo sviluppo della produzione con giornate di sedici ore. Nella grande impresa è diverso, ci sono più progetti paralleli, vari prodotti, varie tecnologie e vari mercati. Nella grande impresa ci vuole una ricerca permanente.

La parola che crea un grosso equivoco è la parola collezionismo che  è un faux ami perché la proposta e la vera opportunità non stanno nel collezionismo d’impresa che tende a comprare dei cadaveri in quanto comprano delle opere già realizzate per fini celebrativi. Non ne parlo per sentito dire, sono uno dei fondatori del premio Impresa e Cultura. Ho visto novecento progetti in cinque anni. Ho anche realizzato un progetto culturale all’interno del nostro Studio Legale. Inizialmente anche io ho fatto entrare le opere ma poi il passaggio successivo è stato fare il cosiddetto “pensiero laterale”. Gli artisti venivano a fare delle conferenze, a parlare del  loro lavoro e ad interagire con noi e questo era il vero stimolo, ci davano gli strumenti per poter interpretare tutto, comprese le opere che erano attaccate ai muri. Vedo con grande interesse l’esperienza dell’artista in residenza, dell’artista che viene non tanto con un progetto bensì con una sua visione del mondo. Dopo si vedrà che cosa ne viene fuori, può essere un’opera, un cambiamento di comportamenti o anche  un nulla. I progetti più belli sono quelli che cambiano la mentalità, la stessa struttura mentale.

Io penso che il collezionismo è propedeutico. Che oggi un’artista si presenti in azienda e voglia entrare nel suo sistema di produzione è una cosa stupenda, una rivoluzione.- Io quindi non escludo che l’azienda respiri un’atmosfera di arte contemporanea, anzi, dire che non c’è limite a questo. Le multinazionali stanno diventando dei Frankenstein che l’uomo non riuscirà più a gestire. Il mondo finanziario ha prevaricato il mondo economico e senza tregua lo sta asfissiando. Il momento chiede interventi forti perché la crisi economica è drammatica. Questa è una guerra. Attraverso l’arte contemporanea l’impresa ha la possibilità di entrare nel sistema culturale ma occorre grande umiltà. Il pubblico ed il privato non sono due cavalli che devono dimostrare chi arriva prima. Noi imprenditori abbiamo il dovere di rispettare il pubblico perché in quello ci dobbiamo riconoscere. Però dobbiamo avere anche l’intenzione di far fare al mondo istituzionale dei passi in avanti, altrimenti c’è stasi., Infatti mi chiedo dove erano i grandi imprenditori italiani: i Barilla, gli Agnelli dove erano? E i sindacati dove erano?

Noi non siamo contro il sistema dell’arte. Il sistema dell’arte come funziona oggi va benissimo. Il punto è che non è sufficiente. Innanzitutto non è sufficiente per gli artisti ma soprattutto non è sufficiente per quello che sta succedendo fuori. Non c’è più nessuno oggi che si può chiamare fuori dal fatto che siamo dentro un problema globale. Noi dobbiamo capire molte cose dagli imprenditori e non solo da loro ma anche dagli operai. Dobbiamo capire che cosa sta succedendo dentro le loro mura. Loro sono migliaia, centinaia di migliaia e bisogna dare una visibilità a questi volti. Il problema è trovare un linguaggio comune. Troppo spesso l’artista non riesce a farsi capire dall’imprenditore. Troppo spesso anche l’imprenditore quando si rivolge all’artista ha un linguaggio e degli interessi troppo diversi. Su questo c’è molto da lavorare e possono venire fuori nuove idee che sono un reciproco benefit. Per gli artisti c’è anche il vantaggio di poter aprire uno straordinario mercato dell’arte alternativo al sistema. A Cittadellarte il cuore pulsante o il cervello pulsante, se si parla delle idee, è la scuola: l’Università delle idee. Ovviamente non è una scuola “normale” con i docenti ed i discenti ma è uno spazio, un luogo d’incontro dove per una residenza di quattro mesi venti artisti confluiscono dal mondo intero portando culture e problemi diversi, per scoprire poi che i problemi sono sempre gli stessi cioè quelli che il pensiero ecologico ci porta ad affrontare. Sono problemi legati al bisogno di una biodiversità.

Il concetto di sostenibilità racchiude in sé sia il problema dell’impatto ambientale sia la possibilità di riuscire a mantenere un tenore di vita qualificante e di estendere poi questo stesso tenore di vita anche a popolazioni che ancori oggi non ne usufruiscono. Allo stesso tempo  però occorre mantenere il pianeta in vita. L’energia è tutto, dà la possibilità di coltivare un campo, di poter vivere in luoghi più salubri, e via dicendo. L’energia è legata alla vita è un mezzo per poter continuare  vivere. L’arte all’interno di questo discorso si colloca come un punto d’incontro tra l’energia come concetto ed i mezzi usati per produrre energia. Ritengo che l’arte non debba avere un ruolo marginale, al contrario.
Sia da un punto di vista tecnico che da quello della sostenibilità siamo arrivati al punto in cui per la prima volta si può fare del “business etico”, un business legato al riciclo. Ovvero non ricicliamo solo per salvare il pianeta ma per fare “reddito”. Il riciclo ed il cosiddetto “business etico” camminano sulla stessa linea, e chi tra gli imprenditori ha la capacità di unire questi due fattori fa un notevole passo in avanti ed è importante che l’arte si faccia ambasciatrice di questo nuovo modo di pensare e di agire.

Fin dagli inizi degli anni Novanta ho cominciato a chiedermi che cosa serve all’industria per crescer internamente e per essere ben rappresentata. Non ho mai avuto fiducia nei “guru” della comunicazione. Penso che l’industria contenga al suo interno delle risorse straordinarie specialmente nel nostro Paese che conta sul frutto di secoli di esperienza. Ho capito che il tassello che mancava ai miei progetti passati era il confronto con ‘l’arte o meglio con l’artista. Ho fatto un progetto, Arte e Industria, con l’idea di mettere insieme le due figure, l’imprenditore e l’artista per vedere quale effetto potesse avere questa combinazione e se era in grado di mettere in crisi determinate cose. Per il momento m’interessa vedere come l’artista concretizza il lavoro utilizzando non solo le materie dell’industria, ma avendo a disposizione anche una squadra di assistenti ed esperti. E’ incredibile come l’artista cada immediatamente in empatia con la materia industriale, se ne innamora, la fa’ propria, la usa come strumento di creatività e di dibattito. L’opera d’arte diventa luogo d’incontro, dà vita a nuovi progetti. Cosa resta di un lavoro se non l’esperienza. E’ come fare un viaggio che ci insegna nuove cose. Chi intraprende un tale viaggio è costretto a confrontarsi con una serie di tematiche come la comunicazione, la struttura dell’azienda, il budget, le materie industriali. E’ proprio mettendo insieme le esperienze lavorative di più persone che si possono avere risultati inattesi. Mi sono reso conto che l’architettura serve a mettere in relazione persone, cose e spazi. L’architettura è anche uno strumento di comunicazione tra l’impresa ed i suoi dipendenti. Per poter godere di un beneficio reale del lavoro, la ricchezza economica deve andare di pari passo con l’arricchimento intellettuale.

D/A/C 3 e D/A/C 6: MIDDELBURG - De Kabinetten van de Vleeshal

IL PUNTO DI VISTA DELL’IMPRENDITORE – D/A/C 3: 31 marzo 2012, Lorenzo Benedetti, Connie De Lang, John Koermeling, H. H. Lim, Nico Out, Gert Robijns, Dora Stiefelmeier. D/A/C 6: 25 maggio 2012, Lorenzo Benedetti, Hans Codée, Jean-Baptiste Decavèle, Nico Out, Mario Pieroni, Bart Spaapen, Annemieke Stallaert

Estratti dei 6 incontri D/A/C in Francia, Italia, Olanda (Montaggio non cronologico che mescola le partecipazioni secondo le tematiche toccate)

Vi racconto un’esperienza molto singolare, molto bella. Siamo nel mese di maggio 1984. Un artista tedesco, Joseph Beuys, di passaggio in Abruzzo con alcuni suoi amici vede una bottiglia del mio vino in un ristorante e chiede: voi  conoscete questo signore Zaccagnini che produce questo vino? Tra loro c’era il barone Bubi Durini che rispose: certamente, è un mio carissimo amico. Beuys voleva incontrarmi e mi propose di fare una performance nella mia cantina, in mezzo alle bottiglie, voleva parlare di arte in cantina. Questo fu il mio primo approccio con l’arte.

Io ho sempre considerato l’arte contemporanea come uno strumento di sollecitazione creativa per  l’impresa. Quando ho iniziato a lavorare a causa della morte prematura di mio padre ero giovanissimo, avevo 16 anni. Per laurearmi ho impiegato dodici anni ed in questo percorso ho avuto due ossessioni, una era l’impresa l’altra era l’arte contemporanea. Due ossessioni non si possono avere contemporaneamente, allora molto speculativamente ho preso l’arte contemporanea e l’ho portata nell’impresa. Questo discorso che ora voi state facendo mi emoziona molto perché io l’ho vissuto in modo contrario. Attraverso una collezione che ho portato in azienda ho cominciato a far respirare un’atmosfera creativa agli impiegati ed ai clienti.  Voglio però affermare una cosa: non si può pensare di portare l’arte contemporanea in un’impresa se poi l’azienda non mette l’uomo al centro del sistema economico, non mette la persona al centro della sua impresa. I miei collaboratori si sono sentiti appartenere ad un’azienda che dava loro una nobilitazione. Questo fatto ha agito non solo a livello manageriale, ai vertici, ma ha agito anche verso tutti collaboratori ed è diventato un fenomeno di arte democratica e popolare, fuori dal sistema dell’arte. La persona semplice ha una grande libertà, ha la facoltà di poter cambiare idea, mutare la sua opinione dopo mesi, anni. Il fascino dell’arte contemporanea sta nel non essere elitaria come in genere si pensa, può parlare a tutti.

Fare il lavoro che faccio cioè scegliere di formare gli artisti è un lavoro molto impegnativo e affinché ciò abbia senso occorre trovare un modo nuovo per formarli. I giovani artisti hanno bisogno di imparare come diventare autonomi, devono trovare un senso di libertà. Questo problema non si pone soltanto all’interno della scuola ma anche fuori, ci sono degli accavallamenti. Stiamo creando una piccola scuola per far incontrare tra loro giovani artisti ma ci sarà anche una collaborazione con la Scuola di Commercio di Nantes che è ottima per organizzare gli incontri tra artisti e futuri imprenditori con l’intento di creare una nuova  riflessione sull’imprenditoria.

Si tratta di reinventare un senso ed uno spazio per l’imprenditore e l’impresa nella società attuale. Rispetto al passato la società di oggi è più esigente. Quello che una volta era eccezionale  ora è diventato normale. Il settore pubblico e le leggi ad esso connesse richiedono dei cambiamenti, questo però è molto difficile da fare senza cadere nell’artificio, nel superficiale. Trovo che sia interessante uno sguardo nuovo, degli occhi totalmente diversi sulle cose.

Se si parte dal principio che ci sono persone con competenze differenti, provenienti da contesti differenti e con pratiche di lavoro specifiche che sulla base di uno scambio reciproco e con spontaneità parlano insieme, si arriva a nuove e inattese forme del fare. Che cos’è un produttore, uno che per la sua attività mette in gioco la sua economia? La mia produzione sarà anche in qualche modo legata al denaro,  ma non è il denaro ad essere determinante per la realizzazione del progetto. Quando Gianfranco Baruchello parla del valore di scambio per me è indiscutibile che il valore di scambio non è il denaro. Il valore di scambio di un progetto che si può fare in comune ha ovviamente bisogno di denaro ma il valore di scambio è il valore del pensiero. L’artista non è uno sponsor economico ma è uno sponsor in termine di idee, in termine di scambio di punti di vista e di partecipazione. Il valore di scambio nasce dalla collaborazione che non è condizionata da un risultato economico concreto.

La cosa su cui ci dobbiamo soffermare a riflettere è che, sostanzialmente, l’artista è un corridore che non ha lo scopo di arrivare per primo, ma di superare se stesso. L’artista è un’entità in movimento, è uno che ha “i piedi ben piantati nelle nuvole”, ma questo non vuol dire che ha la testa tra le nuvole.  Al contrario dell’imprenditore che ha i piedi saldi a terra, l’artista più è in grado di arrivare in alto con i pensieri e più si avvicina al ruolo dell’imprenditore pur non essendo interessato al discorso economico. Tra artista e imprenditore ci deve essere una sorta di “parificazione” dei ruoli che non porti a dei compromessi ma a conciliare le caratteristiche di entrambi. Finora questo non è mai stato fatto, e per tale ragione poteva sembrare una cosa incomprensibile. Noi sappiamo invece che  questa situazione può portare ad una nuova visione del mondo. All’inizio l’artista non ha mai la risposta a ciò che sta pensando. E’ un esploratore, un ricercatore che porta avanti un progetto che non sa dove lo porterà fino a quando non lo avrà terminato. L’imprenditore al contrario affronta ogni situazione con la determinazione di vedere realizzati i suoi progetti iniziali.

L’imprenditore può avere dentro di sé una parte artistica e l’artista può avere invece dentro di sé una parte imprenditoriale, poi ognuno sceglie la sua strada. Ci sono imprenditori che pensano esclusivamente al profitto, che sono su un’onda corta. Chi si muove sull’onda lunga sa che deve riuscire a pensare in una logica diversa, a guardare oltre. E’ molto bello discutere con un artista perché ti apre la mente. Il risultato può essere anche la trasformazione degli oggetti che produci. In questi momenti difficili sopravvive chi al centro dell’azienda ha posto una riflessione filosofica che gli permette di vedere oltre le cose. Questa caratteristica di vedere “oltre” è tipica dell’artista, poiché lui ragiona con una logica universale. La sopravvivenza delle imprese in Europa è sicuramente legata alla capacità di allontanarsi dai vecchi modelli. C’è bisogno di persone che abbiano un sentimento molto forte verso l’azienda e che abbiano la volontà di prendere in mano la situazione. Uno scambio concreto d’informazioni e situazioni può creare una sinergia molto forte. Noi Italiani possiamo essere moto bravi nel”recupero dell’esistente” e da questo potremmo trarne ricchezza.

E’ normale che ciascun ambito professionale mantenga i propri interessi. A noi ad esempio interessa non solo il fatto della vendita in sé  ma anche che il consumatore “faccia un’esperienza completa” cioè che provi il prodotto, visiti il luogo in cui è stato realizzato. Questo è il modo migliore per diffondere il marchio aziendale affinché non resti una semplice pubblicità, un’etichetta ma rappresenti il risultato di un’esperienza aziendale.

Il problema è che in Italia si fanno le cose ma poi non si seguono. Accanto alla creatività ci vuole la perseveranza e il sig. De Concini ne è un esempio. Lui è stato un pioniere della mobilità elettrica. Penso che lui di strade ne abbia  provate tante  e anche io poter scrivere qualche capitolo. E’ necessario far vedere che  ce la si può fare e bisogna avere passione. Seguendo solo il Dio Denaro non si arriva lontano. La nostra strada magari è tortuosa, non è in discesa, ma chi persevera vince.

Noi come azienda siamo convinti che l’innovazione non è frutto di un computo ragionieristico ma nasce dalle visioni. Il denominatore comune che unisce le persone è il progetto al quale si crede veramente e che permette di costruire qualcosa d’importante. Parlare con gli artisti spesso significa trovare soluzioni nuove, arrivare a delle innovazioni. Non bastano i contributi europei per rinnovare un territorio.

Dobbiamo considerare anche il pubblico. I nostri clienti devono sopravvivere e senza clienti noi non esistiamo.

Gli artisti hanno la capacità di sintetizzare ciò che succede, ciò che deve essere fatto. Essi hanno l’abilità di tradurre contesti specifici e di individuare interessi che li accomunano. L’inizio di ogni cooperazione è un’intesa comune, la struttura comune arriva dopo. Il processo ha comunque degli alti e bassi, e poi  ognuno di noi ha anche i propri problemi di sopravvivenza.

La creatività ed il potere di cambiare il mondo sono la garanzia che il mondo garantito continua  ad esistere. E’ ridicolo credere che il mondo tra dieci o tra cento anni debba essere lo stesso. E’ impossibile che l’umanità resti ferma ma per muovere le cose c’è bisogno di creatività.

Il modo in cui operano i produttori e gli artisti alla fine può essere abbastanza simile, la loro cooperazione comunque migliora il lavoro di entrambi.

D/A/C 2: BOLZANO Artfair

16 marzo 2012, IL PUNTO DI VISTA DELL’ARTISTA – Maurizio De Concini, Ingrid Dellago, Rainer Ganhal, Hugo Gotsch, Mario Pieroni, Gianfranco Pizzuto, Daniele Puppi, Nina Stricker, Carla Subrizi, Franz Wiehweider.

Estratti dei primi 6 incontri D/A/C in Francia, Italia, Olanda (Montaggio non cronologico che mescola le partecipazioni secondo le tematiche toccate)

Per produrre un’opera nuova serve un comportamento nuovo. Penso che siamo in una fase in cui i comportamenti sono estremamente diversificati. Il mondo è pieno di fenomeni differenti, l’arte pure.

Percepisco un seme in tutti i nostri interventi. Mi sembra che anche voi imprenditori abbiate il desiderio di porvi in un atteggiamento creativo, libero non tanto dall’ossessione dei costi e dei ricavi, ma libero nel senso di poter mettere in forse degli equilibri mentali acquisiti. Noi vi offriamo il nostro linguaggio, non vogliamo offrivi i nostri oggetti. Questo nostro linguaggio nasce con una procedura di spontaneità nei territori del possibile. I territori del possibile sono territori dove appunto c’è l’incertezza e nell’incertezza, c’è il futuro della ditta e anche dell’artista. Incertezza vuol dire impossibilità. Do’ una testata a quel muro, il muro rimane ma la mia testa si rompe. Io invece voglio sognare, pensare, immaginare, proporre – come sto facendo in questo momento – dei rapporti di tipo energetico, dei canoni dell’assurdo. Noi siamo in mezzo all’energia, ci sono ovunque dei neutroni che passano. Noi possiamo offrire a voi che siete nel sistema dell’economia, un sistema che non ammette scherzi, non ci permette di uscire al di fuori dei suoi confini, la possibilità di farvi partecipare al nostro piccolo sistema che è separato dal sistema economico. Vorremmo che accanto alla vostra intelligenza voi ammetteste  la presenza di un’intelligenza parallela. Questo vuol dire aver capito l’arte. Nel mondo della pittura esiste un fascino che non è discreto; è un fascino pericoloso che deriva da questa presenza del non provato. Soltanto la natura è matematicamente certa, implacabile. C’è la morte, la materia, l’energia. Ma c’è qualcosa che non si capisce. I filosofi parlano della propensione del reale da una parte e dell’irreale dall’altra. Questa propensione si può interpretare solo con i mezzi dell’arte. Noi offriamo questa cosa impercettibile, una specie di pulviscolo e siamo disponibili alle vostre calamite. Questo incontro presuppone, insieme alla nostra buona volontà, al buon umore e all’ironia l’intenzione di creare un ponte tra noi ed un mondo parallelo al nostro, il mondo della produzione del rischio, altrettanto importante. Noi produciamo delle cose che non rischiano nulla, se non che la gente non le capisce. Loro invece producono delle cose che chiedono un riscontro immediato nell’approvazione per la qualità e per una giustizia sociale. Noi siamo felici di scambiare idee. Parliamo beninteso del mondo dell’utopia più sfrenata. Noi sembriamo persone originali che stanno fuori dalla realtà ma non è così perché il nostro è un lavoro molto concreto che può costruire una base che permette di correre nuovi rischi. Appunto affermiamo un’inversione di prospettive della parola sponsor, nel senso che saremo noi ad offrire a dei personaggi con grande responsabilità, ricchezza e potere del mondo dell’impresa la nostra sponsorizzazione. Noi  non chiediamo niente se non simpatia, volontà di collaborare, scambio di idee, pazienza e senso di humour. Gli artisti fanno cose da artisti ma a volte fanno anche cose che sconfinano con altri territori. Io ho fatto la Fondazione per destinarla alle giovani generazioni. In tutti questi anni la Fondazione ha dato luogo a manifestazioni importanti, tavole rotonde, incontri e opere d’arte. Che c’entra questo? C’entra perché in tutta la mia vita ho fatto operazioni che contenevano la domanda “che c’entra?”

Inizialmente ero un agente di borsa ed ho continuato questo lavoro per un po’ di tempo ma c’era qualcosa che gradualmente ha cominciato a disturbarmi. E’ ovviamente importante che una struttura di mercato esista ma io personalmente ho cominciato a privilegiare l’idea della contropartita che presuppone un funzionamento diverso delle cose. La contropartita a priori è basata su uno scambio reciproco che crea aspettative nuove tra persone che decidono di operare insieme. Penso di aver abbandonato il lavoro di agente di borsa per vari motivi, ma quello più importante è stato senza dubbio il fatto che avevo questa specie di utopia o di certezza riguardo il principio dello scambio e della contropartita basata sull’incontro reciproco. Ci incontriamo qui per la prima volta per ragioni molto diverse, ma io penso che sia qualcosa di molto specifico che ci lega, e cioè il fatto che noi investiamo tutta la nostra vita nel raggiungimento dell’obbiettivo. Penso veramente che ci siano delle opere che possono far partire una collaborazione tra noi. Sento il bisogno di questo arricchimento.

Penso che non solo il nostro business ma anche quello che riguarda il resto del mondo siano sempre ispirati alle idee degli artisti, vale per tutti gli affari, anche se qualcuno dice che non capisce l’arte. Le idee degli artisti influenzano molto ciò che si fa’negli ambienti di lavoro, i cambiamenti che uno mette in moto, il modo di presentare se stessi. Le imprese usano sempre le idee degli artisti, certo a volte essi comprano anche opere d’arte, il che può essere utile alla sopravvivenza economica degli artisti ma non è questo il punto. Il punto è che loro traducono le idee degli artisti, quello che sentono e vedono nelle loro attività. Questo avviene in continuazione e spesso inconsapevolmente. Le idee degli artisti tengono il mondo in movimento. Io non potrei farne a meno.

Il fatto di utilizzare qualcosa che non è propriamente pensato per l’ambito dell’attività artistica può offrire delle potenzialità interessanti. Con un utilizzo dello spazio molto particolare si può far esplodere lo spazio dal punto di vista della percezione. Un elemento della bicicletta ha un automatismo elettrico, può diventare eversivo dal punto di vista della percezione, cioè può creare uno spazio nuovo. Una cosa molto importante è l’idea che nell’ambito dell’attività artistica qualsiasi cosa è possibile. Soprattutto non è che se si utilizza un mezzo, il mezzo diventa portatore di significato e di significante. E’ interessante quando il mezzo si fonde con lo spazio. Non è più il mezzo di prima e non è più lo spazio di prima. Diventa qualcosa che ancora non è stato pensato. Quando accade questo si è creato uno spazio percettivo e vuol dire che il lavoro funziona.

Io credo in questo piccolo progetto e la nostra sfida è vedere quanto potrà andare avanti. Ho creato Edicola Notte quasi vent’anni fa’. Il mio obiettivo era ed è quello di dare ai miei colleghi l’opportunità di fare un piccolo capolavoro a Roma, lontano da dinamiche economiche , giusto un gesto di offerta verso la città. Il programma si sta continuamente rafforzando. Normalmente il rapporto tra produttori ed artisti è delicato. I produttori non amano tanto andare a vedere le esposizioni perché pensano di essere poi costretti a comprare. Questo progetto D/A/C però è diverso. Qui prima di tutto si vogliono scambiare idee, mescolare culture e creare una reciproca accettazione. Edicola notte e D/A/C hanno molte cose in comune, hanno lo stesso spirito. Il mio lavoro è basato sull’amicizia e sul viaggio. Io sono un messaggero, mi piace mantenere vivi i rapporti che ho. Qualche volta utilizzo una piccola camera per documentare cosa accade in un luogo per poi portare il filmato in altri luoghi nel mondo. In questo momento storico segnato dalla crisi, lo scambio d’informazioni è molto importante. Noi non capiamo in modo immediato che cosa significhi la parola crisi, vorrei anche dire però che dobbiamo smettere di considerarci poveri. Possiamo  dire la verità, noi non capiamo  perché diciamo che siamo poveri. L’arte è così ricca e forte.

Penso alle cose che si possono creare in un mondo dinamico. Tu inizi a parlare, hai un’idea che non hai previsto e questo provoca qualcosa nella tua mente. Ricordo sempre una cosa che hanno detto Mario e Dora: nella galleria non si trattano solo oggetti, la galleria è prima di tutto un luogo di scambio. La forma più basilare dello scambio è il suono, poi c’è un miscuglio tra le cose e quello che si dice intorno alle cose.

L’artista è un agente dell’immaginazione e noi abbiamo bisogno di immaginazione per superare questo gap. Tutti noi sappiamo che stiamo vivendo un momento critico e che dobbiamo darci da fare per non scomparire dal pianeta.

L’architettura sta cambiando molto, ci sono delle grandi trasformazioni nel nostro modo di vivere, nella distribuzione del potere, nell’impatto che  questo ha sul futuro. L’architettura è una cosa molto più complessa di una semplice costruzione, essa è una combinazione di molte cose. Oggi in architettura abbiamo bisogno di uno stile dinamico. Abbiamo bisogno di tradurre le idee nuove in architettura.

A mio avviso gli artisti prima ancora di fare delle opere sono produttori di un bene immateriale, sono “produttori di visioni”.  Essi danno alla realtà un aspetto nuovo perché la guardano con un occhio nuovo. Boetti diceva che il Caravaggio aveva inventato la fotocopia. I “caravaggeschi” non copiavano i quadri del Maestro, essi fotocopiavano la sua visione dello spazio. Nella storia ci sono tanti altri grandi artisti o correnti artistiche che hanno modificato la visone del mondo culturale, sociale e politica come il Cubismo ed il Futurismo. E’ necessario creare quindi  delle “contaminazioni” e vedere a cosa portano. L’artista è un po’ produttore ma sicuramente anche l’imprenditore è un po’ artista.

Il diciannovesimo secolo è stato il secolo della separazione delle cose, delle discipline; tutto era separato. La vita quotidiana cadeva a pezzi. Nel ventesimo secolo, in particolare nella  seconda parte si è arrivati alla conclusione che tutte le cose erano legate. Non c’è niente di isolato, di separato e quando si parla di globalizzazione unitamente  riferita all’economia è solo un pour parler. Oggi tutto il sapere, tutto il pensiero sono legati. E’ impossibile che l’artista non conosca la fisica e che il fisico non conosca l’economia. Tutti i progetti si muovono in questa direzione.

D/A/C 1: ROMA - Hotel Hassler

30 gennaio 2012, Artists vs. Producers: INTRODUZIONE DELLA TEMATICA – Alessia Antinori, Jean-Baptiste Decavèle, Gianfranco Baruchello, Fabrice Hyber, Ovidio Jacorossi, Chiara Parisi, Mario Pieroni, Dora Stiefelmeier, Marcello Zaccagnini.

Estratti dei 6 incontri D/A/C in Francia, Italia, Olanda (Montaggio non cronologico che mescola le partecipazioni secondo le tematiche toccate)

Denominazione artistica condivisa è un marchio registrato. D/A/C mette in risalto il valore aggiunto della creatività dell’impresa visto sotto il profilo della condivisione. L’artista diventa sponsor di idee. DAC intende creare una rete e redigere un manifesto a cui possono aderire tutti quelli che condividono le nostre idee.

L’artista può creare un valore aggiunto per l’impresa. L’arte ci può far vedere il mondo in un modo diverso. E’ un esercizio della visione, un esercizio del pensare. Inventa dei punti di vista nuovi, non condizionato dal mondo dei consumi, del mercato, del successo. L’arte ci sposta al lato per farci vedere le cose in un’altra maniera.
Qui abbiamo un tavolo con delle situazioni molto diverse che possono sembrare opposte: da una parte l’artista visionario che pensa alle cose impossibili, dall’altra il mondo concreto della produzione che fa le cose utili, le cose che servono. Ma anche per condurre un’azienda, per fare prodotti, delle cose concrete ci vuole invenzione.
Viviamo in un momento difficile, di crisi a tutti i livelli. C’è la crisi economica ma c’è anche la crisi esistenziale, la crisi delle idee, la crisi dell’immaginario. La crisi non è mai solamente economica, attraversa l’individuo contemporaneo a tutti i livelli.
Qui ci vogliamo interrogare su come due mondi così distanti come quello dell’arte e quello dell’impresa possano mettere a confronto le loro esperienze ed i loro progetti.
L’artista coglie il punto sostanziale di ogni situazione e l’arte è una risorsa aperta che serve per costruire e per ricostruire. L’artista lavora sull’intuizione, sulla fantasia, sulla creatività e fa un lavoro che sta al di là di tutte le professioni in quanto anticipa le cose e le situazioni. Anche se a volte sembra che non ci siano soluzioni, l’artista può dare una sua risposta.

Far toccare l’impresa, il mondo dell’economia e della produzione dall’arte è molto importante soprattutto in questo momento. In Italia siamo avvantaggiati perché abbiamo dei grandissimi artisti. Avere un’attenzione al dialogo tra produttori ed artisti significa dimostrare un’apertura per trovare insieme delle soluzioni non solo ai problemi pratici della realtà ma a tutti gli aspetti della vita. L’arte è vita.

L’arte è un modo di vedere, un punto di vista sul mondo, uno strumento per recuperare e appropriarci di qualcosa per poi poterne anche rovesciare la funzione abituale. L’arte crea diversità e di questa diversità ne abbiamo bisogno tutti, le imprese, l’arte, le discipline, che si occupano di energia, di ingegneria. Ci sono centri ormai molto evoluti ma quello che manca è una condivisione di queste esperienze. La forza dell’arte è quella di rovesciare le situazioni abituali, le convinzioni e di liberarci dagli stereotipi.

E’ chiaro che il valore aggiunto è il valore del pensiero dell’altro e di ciò che esso produce d’inatteso nell’incontro e nella struttura degli eventi.

Ciò che noi vogliamo proporre è che il mondo deve essere visto in modo differente, da un altro punto di vista ma dobbiamo trovare i mezzi per mostrarlo in maniera diversa.
Noi artisti abbiamo sempre voglia di fare delle opere. Il problema è come produrle. Da molti anni con Woolways, con D/A/C ed ora con il progetto della scuola per realizzatori che sto mettendo in piedi a Nantes ho scelto di dare una risposta a quest’esigenza.

Bisogna introdurre questa “comunanza di interessi” nella nozione del processo immateriale. Il profitto si trasforma, non è più un profitto materiale ma è di un’altra natura che può includere anche le nozioni di esperienza, di perdita e di credenza.

Noi oggi ci troviamo in un mondo profondamente accelerato, tutto si trova in continuo cambiamento, un cambiamento per via del sovrapporsi delle cose, fuori controllo. Allora questa riflessione sul “reinventare” appare ancora più urgente per permettere a ciascuno di continuare a partecipare alla vita della società affinché possiamo continuare a confrontarci con le altre, le società concorrenti.
Voglio sostenere la complementarietà tra produttori ed artisti. C’è una necessità di collaborazione. La visualizzazione formale di un’idea ha a che fare con l’architettura ed ha anche degli aspetti legati ai media.

Nel rapporto trai due campi dell’arte e della produzione c’è un’energia in movimento. Questo è un fenomeno molto interessante. Le linee di demarcazione tra questi due campi (con potenziali diversi) devono di volta in volta essere ridefinite.
Che tipo di relazione c’è tra tempo ed identità? La funzione dell’arte è di cercare la sopravvivenza mantenendo nel tempo elementi di umanità. La nostra società ne assorbe in continuazione. Molti processi di comunicazione sono scomparsi, nuovi ne sono subentrati. Ora noi siamo totalmente immersi nel digitale…

Quello che mi piace dell’arte è la complessità e so che la sopravvivenza è basata sulla complessità. Quando la complessità diminuisce e le leggi economiche che tendono a semplificare tutto la contrastano, il mondo è in pericolo. Gli artisti hanno il potere di creare questa complessità.

La distanza tra artisti, produttori e pubblico oggi è minore di prima. Siamo molto più aperti, ci riavviciniamo di più ed insieme troviamo nuove soluzioni ai nostri progetti.
Questi incontri intendono creare una rete di connessione tra arte e produzione. Alcune domande per iniziare: Quali saranno gli obiettivi comuni tra artisti e imprese? Quali benefici si potranno ottenere da questa cooperazione? Quale ruolo possono avere gli artisti nel raggiungere questi obiettivi comuni, in particolare in relazione agli obiettivi tradizionali delle imprese? Quali condizioni sono necessarie per la cooperazione? Come iniziano questi processi e come possiamo stimolarli?

Essere pronti a cambiare in termini di cultura è il problema reale del nostro tempo. Nel momento in cui qualcosa risulta nuovo crea un impatto psicologico. Dobbiamo abituarci a vedere cose nuove. Nel contesto economico dobbiamo affrontare questo impatto. Dobbiamo porci la domanda  su come la gente possa abituarsi all’innovazione.

Che cosa rappresenta per voi questa idea dell’artista che diventa sponsor, che non vuole più essere un artista isolato ma uno che comunica su un’impresa ad esempio? Che pensate della possibilità che questo progetto possa portare ad un’impresa comune? Per quale motivo avete scelto di unire due passioni così importanti, così uniche  cioè quelle di essere a capo di grandi aziende, di essere grandi personaggi di azione e di riflessione e quella dell’arte con il tentativo di unire la passione per l’arte con l’azienda? Che cosa è l’arte per voi all’interno della vostra vita quotidiana?